Javier Bardem si racconta a Variety

Javier Bardem e la romantica tossicità del set cinematografico

A Londra Javier Bardem difende i set sicuri. Ma la sua carriera racconta quanto a lungo il cinema abbia confuso sofferenza, metodo, abuso e qualità artistica sul set.

Javier Bardem ha scelto un’espressione piuttosto definitiva per raccontare il set di Bunker, il nuovo film di Florian Zeller presentato al London Film Festival: “Bisogna tenere lontane le personalità tossiche”.

Prima ancora della tecnica, ha spiegato, viene la sensazione di essere al sicuro. Zeller, da questo punto di vista, sarebbe l’opposto del regista che trasforma il set in un piccolo esperimento di sopravvivenza.

Serendipicamente, in Bunker Bardem interpreta un architetto che accetta di progettare un rifugio di lusso per un miliardario tecnologico, mentre fuori crescono divisioni sociali, privilegio e paranoia.

Quando farsi male sembrava parte del mestiere

Nel 2010, parlando di Biutiful di Alejandro González Iñárritu, raccontava che non avrebbe potuto interpretare quel personaggio senza “mettersi a rischio”. Cinque mesi dentro un uomo malato e disperato, con pochissimo spazio per uscire dal personaggio. Il risultato gli portò una candidatura all’Oscar.

Ma qualcosa, nel frattempo, si era incrinato. Bardem avrebbe poi spiegato che proprio alcune delle scene più cariche emotivamente erano, ai suoi occhi, tra le peggiori: era arrivato a un livello di stanchezza tale che l’emozione usciva quasi automaticamente. Il pubblico vedeva intensità; lui cominciava a vedere il meccanismo.

La faccenda era andata ancora oltre lavorando con Terrence Malick. Durante la preparazione di To the Wonder, Bardem fu mandato con il fotografo in una cittadina dell’Oklahoma, a incontrare persone segnate da droga, malattie e violenze mentre restava dentro il ruolo di un sacerdote. Richards raccontò che l’attore ne uscì talmente provato da dover interrompere il lavoro per qualche tempo. Anni dopo Bardem avrebbe riassunto il cambiamento con una frase meno romantica di qualunque manuale di recitazione: “Non mi faccio più male”.

Javier Bardem: il set e la vecchia tecnologia della sofferenza

È qui che la dichiarazione londinese diventa meno edificante e più interessante. Perché Bardem non sta semplicemente chiedendo set gentili. Sta descrivendo, con qualche anno di ritardo rispetto al proprio corpo, una confusione molto più antica: quella tra sofferenza e profondità.

Nel 2025 l’aveva formulata con ancora meno cerimonie. Se un attore vuole restare nel personaggio ventiquattr’ore su ventiquattro, per lui va bene. Se però usa il personaggio come licenza per comportarsi male con tecnici e colleghi, non è arte: è abuso.

Per decenni, una parte della mitologia cinematografica ha funzionato al contrario: il regista impossibile era esigente, l’attore distrutto era generoso, il set invivibile produceva verità. La sofferenza compariva nei racconti dal backstage quasi come un certificato di autenticità. Se nessuno aveva rischiato un esaurimento, forse non si era scavato abbastanza.

Bardem oggi propone un’eresia molto meno spettacolare: che un attore possa arrivare in profondità senza trascinare con sé il reparto costumi. E che sentirsi protetti non renda automaticamente meno coraggiosi.

Curiosamente, è servito un film sui bunker per dirlo ad alta voce.