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Jon M. Chu a Canva Create: creatività, “Wicked” e AI
Jon M. Chu a Canva Create parla della fatica creativa, svela un dettaglio chiave di “Wicked: For Good” e rilancia sul musical di “Crazy Rich Asians”.
Jon M. Chu (che ha appena firmato il video promo all-star al panel Paramount del CinemaCon) è andato a Canva Create e ha fatto una cosa piuttosto rara nel circo motivazionale delle industrie creative: ha tolto la glassa. Davanti a una platea di designer e professionisti della comunicazione, il regista di Wicked ha ricordato che “Creativity is hard”.
Dietro l’effetto wow non c’è magia, c’è lavoro. Non solo. Chu ha usato Wicked: For Good per spiegare che il punto non è “mandare messaggi” a martellate, ma intrattenere prima di tutto, perché il pubblico non si conquista con la predica ma con il desiderio di restare dentro una storia.
Nello stesso intervento ha anche confermato che l’adattamento teatrale di Crazy Rich Asians è in prove attive, mentre Canva ha sfruttato il suo evento di Los Angeles per spingere la sua nuova offensiva sull’intelligenza artificiale creativa.
Jon M. Chu usa “Wicked” per dire che la creatività non è un filtro
La parte più interessante del discorso di Chu non è la frase a effetto, ma il dettaglio concreto. Parlando di Wicked: For Good, il regista ha raccontato di aver voluto difendere una scena nata sul set tra Ariana Grande e Cynthia Erivo: quel momento in cui le due protagoniste si sussurrano un “I love you” mentre si separano. Non era un automatismo di repertorio, né il classico colpo di penna deciso a tavolino.
Era un momento umano catturato dalla macchina da presa, e proprio per questo Chu ha scelto di battersi per lasciarlo nel film. È una lezione semplice e brutale: il cinema industriale funziona davvero quando qualcuno, dentro la macchina produttiva, capisce che l’emozione non va sterilizzata per sembrare “più corretta” o “più coerente” con il marchio.
Per Chu il mondo non deve niente a nessuno, raccontare storie non è un diritto automatico da rivendicare, ma una conquista da meritare sul campo: “Dream bigger than you ever think you could.” Non come slogan da tazza, ma come sintesi di un mestiere dove l’ambizione conta solo se regge l’urto della fatica.
Canva spinge sull’AI creativa, ma Chu riporta tutto al fattore umano
Nello stesso evento, Canva ha messo sul tavolo la sua linea politica sul tema che oggi terrorizza mezzo settore creativo: l’AI. La CEO Melanie Perkins ha provato a disinnescare la paura sostenendo che l’intelligenza artificiale non dovrebbe sostituire il pensiero umano, ma rafforzarlo.
È la cornice perfetta per il lancio di Canva AI 2.0, che l’azienda presenta come una piattaforma conversazionale capace di generare output modificabili e multilivello a partire da prompt, costruita sopra il suo “Canva Design Model”. In pratica: meno tool separati, più interfaccia guidata, più automazione nella filiera creativa.
Ma il punto, qui, è proprio lo scarto tra il palco corporate e quello narrativo. Canva dice che l’AI può amplificare la creatività. Chu, senza fare il moralista anti-tech, ricorda che la creatività resta una frizione, una selezione, una lotta per salvare il dettaglio giusto dentro una produzione enorme.
Chu riporta tutto alla parte scomoda del lavoro creativo: nessuna scorciatoia, nessun automatismo, nessun diritto acquisito. Solo mestiere, intuito e la capacità di riconoscere quando una scena improvvisata vale più di cento slide sull’innovazione.
