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La risposta di Herzog all’AI viene dalla preistoria
Werner Herzog restaura Cave of Forgotten Dreams in IMAX 6K, riportando al cinema dopo cinque anni di lavoro le prime opere d’arte di 32.000 anni fa.
Le pitture rupestri e le sculture parietali dei primi paleoartisti della grotta Chauvet, in Francia, risalgono a oltre 32.000 anni fa e furono scoperte soltanto nel 1994, quando alcuni esploratori si imbatterono casualmente nel sito. Più di dieci anni dopo, Werner Herzog ottenne un accesso rarissimo a quella cavità rigidamente protetta e ne ricavò Cave of Forgotten Dreams, documentario 3D che col tempo si è costruito uno status quasi di culto.
A quindici anni dalla première, il film torna ora nelle sale in una versione restaurata in 6K per IMAX. La nuova proiezione, vista all’AMC Lincoln Square di New York, amplia in modo radicale la percezione della grotta: la grana del calcare, i cristalli, le superfici consumate dal tempo e i rilievi della roccia diventano enormi, quasi aggressivi.
Già alla prima uscita il film colpiva per la sua capacità di rendere la Chauvet un luogo vivo e fisico. Il 6K rende il 3D ancora più convincente perché aumenta drasticamente il livello di dettaglio e riduce la sensazione di immagine “impastata” sulle superfici profonde. Su uno schermo enorme come l’IMAX, quella definizione in più aiuta volumi, rilievi e distanze a risultare più netti, quindi lo spazio percepito sembra più reale.
La vera arte per Herzog nasce dove la tecnica non basta
I paleoartisti passarono dalla pittura rupestre alle complesse sculture parietali quando la parete smise di essere una semplice superficie da illustrare e diventò un corpo da attivare, da far sporgere, da trasformare in presenza.
Herzog non partì con l’idea di fare un film in 3D, e ha spiegato apertamente di non essere mai stato un estimatore del formato. Anche Avatar, modello di riferimento del 3D contemporaneo, lo aveva lasciato piuttosto freddo. Il cambio di prospettiva arrivò durante una visita concessa due mesi prima delle riprese: lì capì che le pitture di Chauvet non potevano essere filmate come semplici immagini su una parete piatta. Le forme della roccia, rigonfiamenti, rientranze, sporgenze, pendenti, erano parte integrante del disegno.
Un esempio citato dallo stesso regista è quello di una roccia sporgente trasformata nel collo teso di un bisonte in carica. Per questo il 3D diventò necessario. Il problema era che non esistevano camere 3D abbastanza piccole per lavorare in quel contesto, quindi furono costruite apposta. Herzog ha attribuito il merito a Kaspar Kallas, filmmaker estone che realizzò il sistema di ripresa, il flusso dati e il “cervello” tecnico dell’operazione. Quelle soluzioni, però, avevano anche un lato artigianale: colla e gaffer tape facevano parte dell’assemblaggio. Il film fu girato in 2K con camere SI-2K, GoPro e Canon amatoriali.
Un altro dettaglio notevole riguarda il drone: spesso si attribuisce a Skyfall di Sam Mendes il primo uso di immagini girate così in un film, ma Cave of Forgotten Dreams, uscito un anno prima, lo aveva già fatto con un rig costruito a mano dalla troupe. Le condizioni di lavoro erano strettissime. Le grotte erano buie, l’equipaggiamento limitato, e per ragioni di conservazione Herzog e il suo piccolo team potevano girare solo poche ore al giorno per l’arco di una settimana.
L’arte sarebbe stata realizzare un’esperienza visiva trascendente avendo appena il tempo di catturare materiale utilizzabile.
Restauro sperimentale in 6K IMAX, la risposta di Herzog all’intelligenza artificiale
A guidare il restauro è stato James Stewart, produttore 3D già coinvolto nel 2010 per rifinire il film prima della proiezione al Toronto International Film Festival. Più tardi ha supervisionato il passaggio all’IMAX: un lavoro iniziato durante la pandemia e proseguito per cinque anni con un team di meno di dieci persone. Il materiale originale in 2K è stato ricostruito fotogramma per fotogramma, con doppio flusso per occhio sinistro e destro, e con nuovi software necessari a leggere codec ormai obsoleti e molto specifici.
Il salto a 6K ha richiesto strumenti sperimentali e varie configurazioni hardware per aumentare la definizione senza deformare l’immagine. Stewart ha chiarito che nel processo non è stata usata alcuna AI generativa. Anche il sonoro è stato rifatto, passando da un mix 5.1 a un Dolby Atmos che può arrivare fino a 100 speaker. Herzog, oggi 83 anni, non ha seguito direttamente il lavoro tecnico, ma ha supervisionato l’intero progetto.
Sul tema AI ad oggi mantiene una posizione netta: vede possibilità enormi in farmaceutica, medicina e matematica, ma per quanto levigato e ben confezionato, il cinema generato artificialmente gli appare privo di quella componente poetica che invece si può percepire ancora oggi nelle immagini di Chauvet e nel gesto umano che le ha prodotte 32.000 anni fa.
Se il cinema vorrà ancora chiamarsi arte, il problema non sarà la velocità con cui produrrà, ma la vita che saprà ancora imprimere in un’inquadratura.
