Anthony Frith porta Mockbuster al Sydney Film Festival: un documentario sull’assurda impresa di girare un film di dinosauri per The Asylum in sei giorni.
Il Sydney Film Festival ha appena aperto la sua 73ª edizione, in programma dal 3 al 14 giugno 2026, e dentro una selezione fatta di cinema internazionale, documentari politici e ben 19 titoli arrivati dal festival di Cannes, spunta anche l’oggetto perfetto per chi ama il lato sporco, pratico e disperato del fare film: Mockbuster, documentario australiano diretto da Anthony Frith.
Il film racconta la sua esperienza con The Asylum, la casa di produzione “profit-driven” diventata celebre per Sharknado e per una lunga produzione di brutte copie a basso budget, disastri improbabili e creature digitali senza vergogna.
Mockbuster, il lato B del sogno cinematografico
Un regista australiano sogna da anni di dirigere un lungometraggio, contatta The Asylum quasi come ultimo tentativo e si ritrova davvero con un film da realizzare. Il progetto è The Land That Time Forgot, avventura preistorica da girare nella suburbia di Adelaide, con pochi soldi, pochissimo tempo e appena sei giorni di riprese.
Frith, intanto, documenta tutto: la troupe spaesata, la pressione, l’autosabotaggio, la sensazione crescente di essersi infilato in una trappola costruita con i propri desideri. Frith non tratta The Asylum come una semplice fabbrica del trash, ma racconta una macchina produttiva durissima, quasi brutale, ma anche più seria di quanto il pubblico sia portato a credere.
Perchè il punto non è solo ridere dei dinosauri fatti in fretta o dei titoli furbi, ma capire cosa succede quando l’occasione arriva nella forma più scomoda possibile e il cinema smette di essere una fantasia romantica, diventando consegna, scadenza e responsabilità artisticamente indesiderabile.
“All’improvviso era: oggi devi girare 25 pagine. Stasera guarderò i giornalieri, e domattina potresti avere delle note e dover rigirare metà di tutto”.
The Asylum, lo specchio deformante di Hollywood
Mockbuster mostra in miniatura e senza il trucco del prestigio, la stessa logica che da anni consuma Hollywood. Cambiano i budget, cambiano i tappeti rossi, cambiano le facce sui poster, ma il principio resta lo stesso: prendere qualcosa che il pubblico riconosce già, ridurre il rischio creativo e impacchettarlo in fretta. The Asylum lo fa con titoli parassitari, dinosauri improvvisati, e set che sembrano reggere per miracolo.
Ma il punto è che anche dentro un film di dinosauri girato in sei giorni può nascondersi una domanda serissima: cosa resta del sogno artistico quando finalmente qualcuno ti dice sì? E la risposta, almeno a giudicare da questa storia, è abbastanza crudele: resta la sostituibilità.
Restano le scene da salvare, gli errori da coprire, le paure da ingoiare. Resta un film magari storto, magari assurdo, magari destinato allo scaffale sbagliato dello streaming, che però esiste. E nella piccola The Asylum come nella grande Hollywood, l’unica vittoria rimasta è che la macchina sia riuscita a produrre ancora qualcosa.