Christopher Nolan

Nolan celebra la Gen Z anti-AI, ma guarda solo l’Occidente

Christopher Nolan sostiene che la Gen Z stia rifiutando l’AI nel cinema. Ma quattro figli e due successi occidentali non rappresentano il pubblico globale.

Il regista ha osservato la reazione dei propri figli, citato due giovani autori affermatisi nell’ecosistema anglofono e trasformato questi elementi in una diagnosi generazionale: la Gen Z starebbe “rifiutando completamente” l’intelligenza artificiale generativa.

Mentre si prepara a portare gli spettatori dentro una nuova Odissea in formato IMAX, Christopher Nolan guarda con fiducia a un futuro del cinema ancora fondato su lavorazioni fisiche, effetti pratici e immagini percepite come autentiche. A sostegno della propria tesi richiama il giudizio “immediato e severo” dei suoi quattro figli sull’”AI slop”, sostenendo che i giovani sappiano riconoscere rapidamente i contenuti artificiali proprio perché cresciuti nell’ambiente digitale che li ha prodotti.

La dichiarazione presenta evidenti assonanze con la politica della “sala di lusso” portata avanti da Nolan. Il suo cinema indica come esperienza ideale formati costosi, rari e geograficamente concentrati come l’IMAX 70mm: condizioni di visione tecnicamente straordinarie, ma accessibili soltanto a una porzione selezionata del pubblico. Il cinema autentico finisce per coincidere con quello fruito nelle condizioni privilegiate che Nolan stesso contribuisce a definire, salvo poi accogliere nel canone alcune “eccellenze” già consacrate dal successo, quando persino Spielberg si mostra pronto a investirvi.

Nolan parla della Gen Z, ma ne descrive una porzione molto precisa

Quella evocata dal regista è soprattutto una gioventù occidentale, culturalmente privilegiata, immersa nel cinema americano, nelle piattaforme anglofone e in una nuova cinefilia formatasi su YouTube.

Kane Parsons e Curry Barker non arrivano da una scuola analogica miracolosamente sopravvissuta alla modernità, sono figli dell’algoritmo: montaggio digitale, folklore collaborativo, comunità online, software accessibili e pubblico costruito prima ancora dell’ingresso nelle sale. Parsons e Barker possono preferire gli effetti pratici e rifiutare l’AI generativa nel proprio lavoro, ma le loro carriere dimostrano proprio come nuovi autori possano formarsi attraverso tecnologie alternative ai percorsi tradizionali di Hollywood.

La formula “AI slop” inserisce poi nello stesso contenitore tecnologia, mediocrità e immaturità industriale, trattando il cattivo risultato come una proprietà dello strumento, ma riconoscere un video brutto e artificiale non dovrebbe equivalere a rifiutare ogni linguaggio che nascerà dall’intelligenza artificiale generativa.

I numeri infine restituiscono una realtà molto meno elegante della diagnosi di Nolan: negli Stati Uniti, il 40% degli appartenenti alla Gen Z segue almeno un influencer generato con AI, mentre il 44% afferma che i creator seguiti utilizzano l’intelligenza artificiale nei propri contenuti almeno qualche volta. Non sono prove di entusiasmo verso il cinema generativo, ma descrivono un pubblico già esposto, coinvolto e molto meno “utterly rejecting” del linguaggio AI rispetto dell’anno precedente.

Fuori da Hollywood il cinema AI è già cominciato

In India l’intelligenza artificiale sta già modificando concretamente produzione, doppiaggio e distribuzione. Gli studi la impiegano per realizzare opere interamente sintetiche, adattare film esistenti e distribuire contenuti nelle numerose lingue del Paese. Mahabharat: Ek Dharmayudh, per esempio, ha superato i 26,5 milioni di visualizzazioni nonostante recensioni disastrose: un enorme successo di pubblico accompagnato dal disprezzo della critica, dunque perfettamente inserito nella migliore tradizione hollywoodiana.

Solo che, a differenza dei franchise riciclati e delle proprietà intellettuali spremute fino all’osso, l’“AI slop” viene guardato, finanziato e migliorato a grande velocità. Milioni di giovani della Gen Z stanno già entrando in contatto con questi linguaggi senza passare dalla cinefilia occidentale, da A24 o dai video che spiegano David Lynch.

In Cina, i microdrammi verticali nati sulle piattaforme coinvolgono già centinaia di milioni di spettatori e stanno integrando attori sintetici, doppiaggio automatizzato e strumenti di generazione video. Quasi metà della popolazione cinese segue almeno un microdramma, mentre alcune società progettano di sostituire con l’AI una parte consistente degli interpreti nelle produzioni destinate al mercato interno. Anche qui, il punto non è la qualità attuale dei risultati, ma la velocità con cui un nuovo linguaggio audiovisivo viene normalizzato davanti a un pubblico enorme.

E saranno proprio questi pubblici, nonostante Nolan, Hollywood e Youtube, a definire il cinema dei prossimi anni: giovani, numerosi, già abituati a una fruizione fluida, ibrida e globale, nella quale sala, smartphone, piattaforme e immagini sintetiche non sono gerarchie morali, ma strumenti dello stesso immaginario.

Il nuovo lusso non sarà più la produzione monumentale ma, per citare Inception, l’idea: quella capace di insinuarsi, crescere e trasformare il linguaggio. Proprio come The Backrooms e Obsession: storie nate in sordina, ignorate o marginalizzate, finché l’industria non le riassorbirà, le finanzierà e le consacrerà. Sempre troppo tardi.