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Steven Spielberg, il nuovo film fa tornare gli UFO al cinema

Steven Spielberg sull’AI: “Il cinema non si scrive da solo”

Steven Spielberg fissa il suo limite sull’AI nel cinema: può essere uno strumento, ma non deve decidere dialoghi, regia, scenografie, ultima parola creativa.

Steven Spielberg torna a parlare di intelligenza artificiale proprio mentre il suo cinema si prepara a rimettere gli occhi verso il cielo. A poche settimane dall’uscita di Disclosure Day, il nuovo thriller fantascientifico con Emily Blunt che lo riporta nel territorio degli UFO, degli incontri ravvicinati e delle verità troppo grandi per essere governate dagli uomini, il regista fissa un confine molto terreno: l’AI può servire il cinema, ma non deve diventare la sua coscienza.

“Il punto in cui non amo l’AI è quando prende posizione o quando c’è una sedia vuota al tavolo degli sceneggiatori”.

Steven Spielberg non rifiuta l’intelligenza artificiale come tecnologia, ma la respinge quando pretende di entrare nel luogo in cui nasce una scelta creativa. E la “sedia vuota” è l’immagine più precisa: una presenza senza volto, senza esperienza, senza responsabilità, chiamata a partecipare alla scrittura di un film come se fosse un autore. Per Spielberg, quello è il momento in cui il cinema smette di usare uno strumento e comincia a farsi guidare da qualcosa che non ha veramente vissuto nulla.

Il vero limite per Spielberg dell’AI nel cinema

“Non credo ci sia alcun sostituto per l’anima. Non penso che sia un algoritmo inventabile”.

La frase sposta il discorso dal mestiere alla sostanza del cinema. Spielberg non sta dicendo che una macchina non possa imitare una struttura narrativa, un tono o un dialogo, ma che l’anima di una scena nasce da memoria, dolore, paura, desiderio, errore. Un algoritmo può calcolare una combinazione plausibile, ma non può sapere perché un silenzio fa male, perché un’inquadratura deve restare ferma, perché una battuta deve arrivare un secondo dopo.

“Un computer che pensa di sentire più di quanto sentiamo noi è contrario al modo in cui sono cresciuto e al modo in cui continuerò a produrre e dirigere”.

La frase pesa perché arriva da un uomo che ha quasi ottant’anni e che ha attraversato l’intero Novecento cinematografico portandolo dentro il nuovo secolo. Spielberg non parla soltanto da regista: parla da qualcuno cresciuto in un’idea del cinema in cui il sentimento non era un effetto da produrre, ma una cosa da conquistare. Per questo l’idea di un computer che “pensa di sentire più di quanto sentiamo noi”, per lui riduce l’emozione a una superficie imitabile, come se commuovere potesse oggi essere una funzione tecnica.

Usare l’AI come strumento, non come autore

“Non ditemi come scrivere il dialogo di questo personaggio. Non ditemi dove deve andare la macchina da presa. Non ditemi nemmeno come deve apparire il set, a meno che l’AI non sia semplicemente uno strumento nella grande cassetta degli attrezzi dello scenografo”.

Spielberg porta il discorso sul set, dove la teoria diventa pratica. Dialogo e macchina da presa non sono dettagli tecnici: stabiliscono chi parla, chi guarda, chi comanda la scena. Se l’AI decide una battuta, sta intervenendo sulla psicologia del personaggio. Se decide dove mettere la camera, sta decidendo il punto di vista morale del film. È questo salto dall’assistenza alla regia invisibile che Spielberg non accetta. Subordinata al giudizio umano può aiutare a cercare riferimenti, velocizzare passaggi, alleggerire lavoro preparatorio, forse persino sostenere uno scenografo in una fase esplorativa. Ma il set resta una scelta di mondo. 

“Usate l’AI come strumento, ma non come ultima parola su nulla di creativo. È lì che traccio la linea”.

Mentre gli studios guardano all’intelligenza artificiale per tagliare costi, tempi e incertezze, Spielberg difende proprio l’incertezza come parte del lavoro artistico. Un film nasce anche da esitazioni, conflitti, intuizioni, errori corretti sul momento. Se l’AI avesse sempre l’ultima parola, il cinema rischierebbe di somigliare sempre meno a una scelta e sempre più a una procedura.