Don Chisciotte di Fabio Segatori, liberamente tratto dal romanzo di Cervantes, è un’avventura idealista che riscopre il Sud Italia come topos mitico e fantastico.
Don Chisciotte diretto da Fabio Segatori, che ha curato anche la sceneggiatura assieme a Paola Columba, è stato presentato il 22 marzo in concorso al Bari International Film&TV Festival. La pellicola si basa sulle 1300 pagine del romanzo di Miguel de Cervantes, un testo che sembra lontano, tuttavia, come ogni classico, parla del mondo odierno con straordinaria attualità. Un’opera rara nel panorama italiano, soprattutto per quanto riguarda la produzione – Baby Films in collaborazione con Rai Cinema – di un progetto indipendente con un contesto storico e letterario così iconico.
Don Chisciotte, la trama
Ferito nella battaglia di Lepanto, Miguel de Cervantes è ricoverato in un ospedale di Messina. Tra febbre e allucinazioni, vede un rogo di libri: da quelle fiamme scaturisce una storia in cui un uomo, Don Alonso Quijano, Alessio Boni, fervente lettore e amante dei romanzi cavallereschi, perde il senno e decide di farsi cavaliere errante. Diventa Don Chisciotte della Mancia, elegge come sua dama e musa ispiratrice la contadina Dulcinea del Toboso, Gabriella Bagnasco, e trascina con sé il rozzo Sancio Panza, Fiorenzo Mattu, sedotto dalla promessa di una terra da governare.
Tra locande scambiate per castelli, mulini trasformati in giganti e beffe crudeli di nobili annoiati, il visionario cavaliere combatte per la libertà e la giustizia, collezionando sconfitte. Eppure, dietro la follia, è nascosta una purezza di fondo: Don Chisciotte fa solo il bene, anche quando il mondo lo deride.
Il ritorno del cinema del reale
L’adattamento di Fabio Segatori sceglie di non percorrere la strada degli effetti speciali e della CGI, prediligendo una messa in scena fisica e materica. I grandi campi lunghi in cui sono ripresi i protagonisti restituiscono un’ambientazione viva e naturale; la pellicola è stata girata nell’Alto Ionio, tra Basilicata e Calabria, in un territorio di rara bellezza, sospeso tra realtà e leggenda. ll paesaggio è un vero e proprio protagonista: i calanchi e i dimenticati castelli federiciani a picco sul mare raffigurano uno spazio surreale e mitico, ideali per restituire lo spirito avventuriero dell’opera di Cervantes.
Il regista ricerca la naturalezza della narrazione, anche confrontandosi con sequenze più ardue. È stato costruito un vero mulino a vento funzionante, alto 12 metri, sul quale Alessio Boni, ripreso con una telecamera, è volato nel cielo a testa in giù. Una rappresentazione, scevra di ogni immagine fittizia, del combattimento contro i mulini a vento, scambiati da Don Chisciotte per un esercito di mori.
L’adattamento del testo di Cervantes
Scegliere di confrontarsi con un libro storico e iconico, dal contenuto prolisso e con svariate possibilità interpretative è un’operazione che da sempre ha affascinato il mondo del cinema. Sono stati prodotti una decina di adattamenti del cavaliere errante, in particolare Don Chisciotte, il film incompleto di Orson Welles e L’Uomo che uccise Don Chisciotte del visionario Terry Gilliam.
Fabio Segatori adotta un approccio contrario rispetto alle due suddette trasposizioni, sperimentali, surreali e oniriche. Il regista di Quarto Potere ha ambientato la sua pellicola nella Spagna degli Anni 60, tra automobili, stazioni televisive e turisti, mentre l’autore italiano sceglie di concentrarsi sul realismo della scenografia e soprattutto sulla capacità attoriale dei protagonisti. La decisione risulta ancora più significativa, in quanto è presente la volontà di ridurre al minimo i toni fantastici e visionari del romanzo; anche perché, nelle rare occasioni in cui vengono riproposti, come nella sequenza del leone, l’effetto non risulta particolarmente riuscito.
Il potere dell’immaginazione
Don Chisciotte si distingue per la comicità dei dialoghi scambiati tra il cavaliere errante e il suo fedele scudiero, anche se l’insistenza sull’elemento farsesco, a tratti, risulta eccessivo: all’ennesima caduta di Sancio Panza il riso si affievolisce. L’opera di Cervantes era colma di personaggi memorabili, dalle brillanti capacità dialettiche, che raccontavano mirabolanti avventure; mentre il film non presenta protagonisti secondari degni di nota, in particolare la seconda parte ambientata in un fittizio castello risulta un pò forzata, non tanto per la messa in scena, ma piuttosto per la capacità degli interpreti di coinvolgere emotivamente il pubblico e dare un tono vivace alla narrazione.
Don Chisciotte, in conclusione
La pellicola è un fedele adattamento del romanzo di Cervantes, forse fin troppo didascalico, con Alessio Boni sempre incisivo nel restituire la figura del cavaliere idealista. Ciò che avrebbe potuto far distinguere questo lungometraggio da una pletora di adattamenti è la messa in scena naturalistica, dal forte impatto mitico, delle ambientazioni del Sud Italia, che tuttavia non collima con il resto dell’impianto filmico, carente di profondità.
Don Chisciotte non spicca per inventiva, fatica a sorprendere lo spettatore che vorrebbe immergersi in un racconto che suscita emozioni di libertà e redenzione; la pellicola non riesce a fare emergere la potenza simbolica del testo di Cervantes, che ha segnato l’apoteosi dell’idealismo sulla realtà, in cui i sogni del cavaliere errante sfidano leggi e convenzioni del mondo concreto.
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