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Guardiani della Galassia Vol 2: il cuore oltre gli effetti speciali

Guardiani della Galassia Vol 2 compie quasi dieci anni: la recensione del coraggioso sequel di James Gunn che ha esplorato il trauma familiare.

Rivedere oggi Guardiani della Galassia Vol 2 (2017) dal nostro osservatorio del 2026 ci permette di apprezzare la scelta più anti-commerciale e coraggiosa mai presa da James Gunn. Forte dell’incredibile e inaspettato successo del primo capitolo, il regista avrebbe potuto facilmente adagiarsi su una trama cosmica espansiva, carica di fan service per preparare il terreno all’arrivo di Thanos. Invece, compie la mossa diametralmente opposta: restringe il campo d’azione per realizzare uno studio intimo e doloroso sul trauma infantile, sull’abbandono e sulle famiglie disfunzionali, mascherandolo abilmente sotto densi strati di computer grafica lisergica e battute irriverenti

Padri biologici, padri putativi e narcisismo tossico

Il motore narrativo dell’intera pellicola ruota attorno al disperato, atavico bisogno di Peter Quill (Chris Pratt) di trovare una figura paterna idealizzata. L’introduzione di Ego il Pianeta Vivente, interpretato da un magnetico e rassicurante Kurt Russell, rappresenta la perfetta personificazione del narcisismo tossico genitoriale, un dio che vede i figli solo come estensioni del proprio potere. La sceneggiatura decostruisce brutalmente il mito dell’eredità di sangue, contrapponendo questo padre biologico “divino” al padre adottivo, grezzo e imperfetto. È proprio il burbero Yondu Udonta, a cui Michael Rooker regala un’interpretazione di inaspettata e straziante umanità, a rubare letteralmente la scena, ergendosi a vero nucleo emotivo dell’intero franchise.

Ma il tema della famiglia spezzata non si limita affatto ai protagonisti maschili. Il film compie un lavoro eccezionale nell’approfondire la dinamica tossica, carica di risentimento e dolore, tra Gamora (Zoe Saldana) e Nebula (Karen Gillan). Il loro scontro psicologico e fisico sulla superficie del pianeta di Ego non è un semplice riempitivo action, ma l’esternazione catartica di decenni di abusi subiti per mano del Titano Pazzo. Parallelamente, l’introduzione dell’ingenua Mantis (Pom Klementieff) e lo sviluppo della rabbia repressa di Rocket Raccoon (Bradley Cooper) dimostrano come ogni singolo emarginato della squadra debba affrontare i propri demoni interiori.

Baby Groot e l’arte del fuoricampo

Per comprendere appieno la genialità della visione di James Gunn, basta analizzare maniacalmente i primi cinque minuti della pellicola. L’incipit del film scardina completamente le regole dei classici kolossal d’azione: mentre il resto della squadra è impegnato in una brutale, letale e caotica battaglia contro un mostro interdimensionale (l’Abilisk), la macchina da presa ignora quasi totalmente l’epica dello scontro per concentrarsi sulla tenera e goffa danza di Baby Groot (doppiato sempre da Vin Diesel) sulle note di Mr. Blue Sky della Electric Light Orchestra. Questa scelta registica di relegare la “solita” scazzottata in CGI sullo sfondo, sfuocandola per esaltare l’innocenza e l’umorismo del personaggio più piccolo, riassume in una singola, magistrale sequenza l’intero spirito irriverente del franchise.

I Sovereign e il contrasto con la perfezione

Un altro elemento narrativo brillante del film è l’utilizzo dell’Impero Sovereign come gigantesco specchio deformante per i nostri protagonisti. Questa razza aliena, guidata dalla gelida e statuaria sacerdotessa Ayesha (una perfetta Elizabeth Debicki), è ossessionata dalla purezza genetica, dal controllo assoluto e da un’estetica dorata e immacolata. Il loro disprezzo per la squadra dei Guardiani non nasce solo dal furto delle batterie, ma dal puro disgusto verso la loro natura disordinata, imperfetta e profondamente emotiva. Inserendo questa minaccia secondaria, il regista non solo eleva tematicamente l’elogio del difetto umano, ma pianta magistralmente i semi per il futuro della saga cosmica, culminando nella celebre scena post-credit che anticipa l’arrivo dell’essere perfetto per eccellenza: Adam Warlock.

Eccessi pop, colori saturi e la potenza della musica

Dal punto di vista puramente estetico, l’opera spinge sul pedale dell’acceleratore cromatico senza freni, trasformandosi in un caleidoscopio psichedelico di pura pop-art fantascientifica. I mondi visitati, dalle algide geometrie dorate del pianeta Sovereign governato dall’altera sacerdotessa Ayesha (Elizabeth Debicki) fino alle foreste lussureggianti e organiche di Ego, sono un trionfo visivo inebriante. Questo eccesso estetico è accompagnato da un Awesome Mix Vol. 2 (con hit di Fleetwood Mac, George Harrison e Cat Stevens) utilizzato in maniera ancora più diegetica e sfacciata rispetto al primo film. Tuttavia, questo continuo bombardamento sensoriale e l’eccesso di gag finiscono a tratti per sabotare il ritmo del secondo atto, rendendo la pellicola leggermente più frammentata e indulgente verso se stessa.

Nonostante qualche inciampo di ritmo e un umorismo a tratti ridondante, il terzo atto ripaga lo spettatore con uno dei climax più devastanti e sinceri mai visti in un prodotto hollywoodiano di questa portata. Il sacrificio finale, riassunto nella celebre e straziante battuta “Potrà anche essere stato tuo padre, ragazzo, ma non è stato il tuo papà”, sfocia in un maestoso funerale spaziale che eleva l’opera a pura tragedia cosmica. Un sequel coraggiosissimo, che ha osato guardare dentro l’anima ferita dei suoi mostri.

🎬 Valutazione

Regia
★★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★★
Emozioni
★★★★
🏆 Voto Totale
4
★★★★