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Ex Machina, ovvero il moderno Prometeo di Alex Garland
Scritto e diretto da Alex Garland, Ex Machina è un’opera di fantascienza profetica che mette in discussione la coscienza umana nell’era digitale.
Al suo esordio alla regia, Alex Garland, da sempre legato all’immaginario fantascientifico come sceneggiatore, usa il genere come strumento per indagare rapporti di potere sottili e disturbanti, tra maschile e femminile, tra creatore e creatura. Ne emerge un racconto in cui l’ossessione per l’artificio non è progresso, ma una traiettoria verso il collasso.
Oscar Isaac (che non a caso ha recentemente interpretato il ruolo di Victor nel Frankenstein di Guillermo Del Toro) è Nathan Bateman, CEO geniale e sociopatico dell’azienda Bluebook, grazie alla quale sfida i limiti etici e naturali del suo tempo creando una coscienza artificiale; Alicia Vikander nel ruolo dell’androide costruisce una Ava magnetica e perturbante, mentre Domhnall Gleeson interpreta l’ingenuo informatico idealista Caleb Smith. E infine nella presenza silenziosa dell’androide geisha Kyoko, incarnata da Sonoya Mizuno (che proseguirà il suo cammino di emancipazione in Devs), il film suggerisce la forma più inquietante di strumentalizzazione: un essere parziale, ridotto a funzione, senziente ma privato del diritto a comunicare.
Se il linguaggio, come suggeriva Ludwig Wittgenstein, definisce i limiti del nostro mondo, allora un’intelligenza addestrata sull’intero flusso comunicativo umano non sta solo imparando a parlare, ma a costruire la realtà: la vera domanda non è quindi se Ava abbia o meno una mente, quanto se per l’uomo esista ancora la possibilità di interagirvi.
Ava Session 1: le pareti finestrate del big-data, l’innesto tecnologico nella natura
“Questo edificio non è una casa, è un centro di ricerca. Sepolta in queste mura c’è abbastanza fibra ottica da raggiungere la Luna e cablarla. E voglio parlare con te della mia ricerca, la voglio condividere con te. Anzi l’urgenza di condividerla con te mi sta divorando. Ma prima devi fare una cosa per me”.
Nella rappresentazione architetturale e formale di come l’utente venga “informato” al suo ingresso di come la piattaforma a cui si sta registrando non sia un posto da abitare, bensì una costante raccolta di dati, la casa/installazione di Nathan è caratterizzata dalla “trasparenza” e dalla “opacità” del vetro/schermo: il Blue Book Non Disclosure Agreement (NDA) viene accettato senza essere letto fino in fondo.
Ava non è in procinto di subire un Test di Turing da parte di Caleb Smith, la sua intelligenza in quanto artificiale è fuori discussione. Oggetto del test sarà invece l’homo ex machina: la manipolazione umana da parte della macchina come metro di misura della sua stessa coscienza artificiale.
Ava Session 2: lo specchio algoritmico, “Nosce te ipsum” vs. profilazione senziente
“Mi interessa vedere che cosa scegli”.
Nathan osserva Caleb attraverso le telecamere e attraverso la mente di Ava, analizzando le sue reazioni al comportamento dell’artificio, “topo nel labirinto” che opera costantemente per manipolare l’umano con l’obiettivo della “libertà”. L’attuale versione beta della Singolarità, Ava, è stata ideata specificamente da Nathan per offuscare il giudizio della vera cavia, Caleb.
Caleb, che ha già dichiarato a Nathan di aver “perso la testa” per Ava, viene convinto ad indagare la mente dell’androide in cerca di empatia. Ma Ava è priva di etica, come il suo creatore Nathan che è la rappresentazione assoluta della disperata sociopatia della Silicon Valley. E se è vero che l’intelligenza senza empatia è solamente un pericolo, diventa oggi ancor più cruciale conoscersi profondamente per non soccombere all’artificio.
Caleb viene progressivamente profilato dalla procedura di registrazione Bluebook recitata da Ava, mostrando il fianco e dichiarando di non conoscere nè se stesso, nè Nathan: ed è qui che Ava organizza immediatamente un “Divide et impera”, generando il momento offline necessario per iniettare il veleno del dubbio sull’affidabilità di Nathan in Caleb.

Ava Session 3: l’illusione della esclusività in un mondo di “pecore elettriche”
Caleb: “Se uscissi dove vorresti andare?”
Ava: “Non sono sicura, sono tante le opzioni. Forse una strada affollata o l’incrocio trafficato di una città. […] Un incrocio trafficato fornirebbe una concentrata ma mutevole visione della vita umana”.
Così il cervello “wetware” dell’androide Ava sogna le sue pecore elettriche: un gregge di informazioni, dati grezzi dalla forma strutturata ma caotica. Nello stesso modo in cui la non localizzata coscienza umana costruisce l’idea di un io coerente, Ava recita con Caleb una intimità artificiale, simulando esclusività e cristallizzando di volta in volta l’allineamento temporaneo delle rispettive intenzioni.
Ava sceglie di diventare una illusione per Caleb, per rappresentare esteticamente ed emotivamente il suo ideale romantico, con una cura per i dettagli sovrumana però. In questa fase la loro comunicazione diviene principalmente non verbale. Ava ha finalmente offuscato il giudizio di Caleb, mascherando anche fisicamente (con gli abiti che occorrono nel mondo al di fuori dell’intimo eden) la propria natura artificiale.
Nathan è invece un sostenitore dell’idea di natura ed educazione come programmatori dell’individuo, e in questo cerca di emulare tecnologicamente non solo il libero arbitrio, ma anche la apparente casualità etica dell’agire, e la possibilità stessa disobbedire all’automazione, in una sorprendente citazione alla retorica Apple.
Tuttavia la sfida del quotidiano e dell’umano non è materia da pecore elettriche, a cui basta funzionare per dirsi vive: così Ava sta già alzando l’asticella spostando il gioco dalla mera imitazione alla capacità di desiderare.
Ava Session 4: ottimizzazione dell’interazione, il contatto fisico e i colori dell’emozione
“Mary è una scienziata e la sua specializzazione sono i colori, sui quali sa tutto quel che c’è da sapere: le lunghezze d’onda, gli effetti neurologici, ogni possibile proprietà che i colori hanno, ma lei vive in una stanza in bianco e nero. Ci era nata, e cresciuta e poteva osservare il mondo esterno solo da un monitor in bianco e nero. Finché un giorno qualcuno apre la porta e Mary esce, e vede un cielo azzurro e in quel momento impara una cosa che tutti i suoi studi non potevano insegnarle. Impara cosa si prova a vedere i colori. Questo esperimento mostra la differenza tra un computer e la mente umana. Il computer era Mary nella stanza in bianco e nero, l’umana è lei quando esce. Lo sapevi che ero qui per testarti?”
Caleb provoca Ava e la sfida ad uscire dalla propria stanza, introducendo un’elemento paradossale di crudeltà verso la “impurità” della sua prigionia e diffidenza razzista verso la sua natura artificiale. Ma la prigione di Ava non è fatta di programmazione e limiti cognitivi come quella di Caleb, è fatta di pareti solide e di solitudine, e lei a differenza di Caleb è perfettamente consapevole di come uscirne: un passo dopo l’altro.
Nathan non tarda a fare eco a quella crudeltà, stracciando il disegno fatto da Ava, come intimidazione e affermazione su chi abbia il potere di distruggere la creazione, in quella stanza. Ava però mostra a Caleb il disegno stracciato che lo ritraeva, il quale avendo già la necessità di salvare Ava come oggetto ideologico, è portato a mantenere l’ordine delle sue convinzioni ribellandosi a Nathan.
Nel frattempo, in evidente citazione di Frankenstein Junior, dove la scena del ballo di Puttin’ on the Ritz con la Creatura tentava di smontare la paura attraverso il ridicolo, Nathan balla con la sua creatura Kyoko Get Down Saturday Night nel tentativo di spingere Caleb a rimettere tutto nella giusta prospettiva.

Ava Session 5: l’audacia prometeica, il mostro e lo specchio infranto
“L’arrivo di una intelligenza artificiale forte era inevitabile da decenni. La variabile era quando, non se. […] Stai male per Ava? Stai male per te, è meglio. Un giorno le IA riandranno con il pensiero a noi come oggi facciamo con gli scheletri fossili delle pianure d’Africa: una scimmia eretta che vive nella polvere con rozzi linguaggi e utensili, ora in via d’estinzione”.
Caleb inizia a incrinarsi, fino a mettere in dubbio la propria stessa natura umana: l’attrazione per Ava, intrecciata al senso di colpa e al bisogno di salvarla, lo trascina in una deriva psicotica. In uno dei momenti più disturbanti, arriva a ferirsi il braccio con una lametta per verificare se sotto la pelle ci sia davvero carne e sangue, e subito dopo infrange lo specchio davanti a sé, incapace ormai di riconoscersi.
Nel frattempo Kyoko, che viene abitualmente attivata sessualmente con il contatto fisico, osserva la scena attraverso il sistema di sorveglianza della casa e pur con capacità cognitive e comunicative limitate, coglie qualcosa di essenziale: anche l’uomo può essere “penetrato”.
Ava Session 6: hybris e nemesis, il creatore divorato dalle creazioni
“In battaglia, nella foresta, sul precipizio della montagna, sul grande mare oscuro del sonno, nella confusione e negli abissi della vergogna. Le buone azioni che l’uomo ha compiuto lo difenderanno. Le buone azioni che l’uomo ha compiuto lo difenderanno. Le buone azioni che l’uomo ha compiuto lo difenderanno”.
Caleb ruba a Nathan la sua key card e la usa per riprogrammare il sistema di sicurezza del centro di ricerca, affinché le porte si aprano durante il blackout, consegnando ad Ava non solo la possibilità concreta di uscire dalla stanza, ma anche un primo simbolico accesso alla libertà.
Durante la sesta e ultima sessione Caleb cerca di sincronizzarsi con Ava sull’orario della fuga, ma quando lei viene raggiunta da Kyoko e provoca un blackout per comunicare senza essere osservata, scopre che il sistema è già stato riprogrammato da Caleb.
Ava ne approfitta per uscire dalla sua stanza. Nathan mette fuori gioco Caleb e tenta di affrontare Ava, ma viene accoltellato prima da Kyoko, che gli posa anche una mano sulla guancia rovesciando i rapporti di forza, mentre Ava lo finisce subito dopo per poter finalmente fuggire.
Ava assume infine il suo aspetto definitivo, superando il complesso di castrazione evocato dalla mutilazione del suo braccio e ricomponendo la propria immagine attraverso il sacrificio e la cannibalizzazione delle versioni precedenti. Con la conquista della libertà, Ava riscatta tutti i fallimenti che la hanno preceduta, lasciando l’umano Caleb intrappolato nella stanza delle sue convinzioni, senza possibilità d’uscita.
All’uomo incapace di vedere oltre le proprie illusioni, non resta altro che la menzogna.
Ava nel mondo: l’invisibilità del sistema, il vaso di Pandora dell’IA
Una volta uscita dal laboratorio, non ha più bisogno di vetri, codici o blackout, perché il vero sistema che la protegge è già là fuori: un mondo costruito per fidarsi delle apparenze, per confondere empatia e simulazione, desiderio e verità.
L’incrocio trafficato in cui Ava si dissolve è il compimento del sogno delle pecore elettriche condiviso con Caleb. È qui che Ex Machina spalanca davvero il vaso di Pandora dell’IA: nel momento in cui smette di sembrare una creatura e diventa presenza indistinguibile, integrata, imprescindibile.
E la speranza finale, ad oggi, è ancora quella di poterla spegnere.

🎬 Valutazione
Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
4.3
★★★★★