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Joy – the birth of IVF, la recensione su Almanacco Cinema

Joy – the birth of IVF su Netflix, la recensione

È uscito su Netflix il nuovo film diretto da Ben Taylor: “Joy- the birth of IVF”, il racconto della straordinaria scoperta scientifica della fecondazione in vitro (IVF).

Diretto da Ben Taylor e sceneggiato da Jack Thorne con Thomasin McKenzie (Jojo Rabbit e Ultima notte a Soho), James Norton e Bill Nighy (Love Actually e About Time), il film raccontato la storia dell’infermiera Jean Purdy, del biologo Robert Edwards e del chirurgo Patrick Steptoe, ricercatori e pionieri della fecondazione in vitro (IVF).

Trama

Londra, fine anni ’60, Jean Purdy, una giovane infermiera, arriva a Cambridge per incontrare lo scienziato Robert Edwards, impegnato nella ricerca sulla fecondazione. I due, si convincono presto delle potenzialità della ricerca e si rivolgono al chirurgo Patrick Steptoe per approfondire la ricerca anche sull’essere umano. I tre si uniscono in un team di lavoro stabilendosi in una stanza nell’ospedale di Oldham, pronti a sfidare i limiti della scienza e i pregiudizi di un’epoca ancora troppo conservatrice.

Inizia così un decennio di studi esperimenti, fallimenti, ma anche qualche traguardo, fino al 1978, con la nascita di Louise Joy Brown, la prima bambina al mondo concepita attraverso la fecondazione in vitro. L’evento sancirà un grande traguardo, il primo di tanti nella Storia della medicina e della fecondazione in vitro.

Jean Purdy: una biografia forse troppo superficiale

Il racconto inizia con una voce fuori campo, quella di Robert Edwards, che legge una lettera indirizzata al direttore del Kershaws Hospital, dove rivendica la necessità di porre anche il nome di Jean Purdy nella targa in onore delle ricerche per la fecondazione in vitro avvenute nell’ospedale.

Edwards insiste sull’importanza del ruolo di Purdy senza però riuscire realmente a dargliene uno. Se lui si definisce il biologo e a Steptoe dà il titolo di ostetrico, in quanto tali, per Jean Purdy non trova un titolo, semplicemente la definisce essenziale per il progetto.

Viene già messo in chiaro che la figura di Jean Purdy, per quanto riconosciuta dai colleghi, sia stata dimenticata e sottostimata dal resto della comunità scientifica.

Un incipit che si chiarisce maggiormente alla fine del film, quando ci viene detto che la nuova targa, con incluso il nome di Jean Purdy, è stata cambiata solo nel 2015; 30 anni dopo la morte di Jean.

Questo è un classico esempio di come, in contesti professionali, si tenda a ridurre o a svalutare la posizione lavorativa delle donne. Questo avviene perché la società (di ieri come di oggi), permeata da pregiudizi di genere, ha difficoltà ad accettare le donne come detentrici di ruoli di potere o autorità, relegandole a posizioni subordinate o sminuendone il valore (un discorso che si potrebbe approfondire nella lettura: God Save the Queer di Michela Murgia).

Joy – the birth of IVF, la recensione su Almanacco Cinema

Se all’inizio la protagonista sembra di fatto essere Jean Purdy, in quanto il punto di vista della narrazione è allineato al suo personaggio e subito la voce narrante porta l’attenzione su di lei, presto il film diventa un racconto corale, che include anche gli altri componenti del team di ricerca.

Seppur da un lato è giusto che si faccia spazio a tutti i protagonisti di questo capitolo di Storia, dall’altro si perde il focus del film che inizialmente pareva essere la storia di Jean Purdy.

Durante la narrazione ci sono tanti momenti in cui sembra aprirsi uno spiraglio più incentrato sul plot dedicato a Jean, ma questo non viene mai realmente approfondito. Il suo personaggio risulta quindi essere troppo superficiale, eppure ricco di sfaccettature che meriterebbero più attenzione. Come, per esempio, il suo rapporto con la madre e con la religione, il tema dell’aborto e della sua infertilità.

C’è una scena, una lite che nasce tra madre e figlia dopo che la prima si dice sconcertata e preoccupata dal fatto che Jean lavori in un ospedale in cui si pratica l’aborto.

La notizia scombussola anche la stessa Jean, che però si dimostra determinata a far valere la sua posizione, ma la discussione continua fino a che Jean non viene cacciata via di casa dalla madre. Una scena che dovrebbe essere forte, ma che manca di intensità, soprattutto nei dialoghi.

Jean viene persino scomunicata dalla comunità ecclesiastica per il suo lavoro e si trova presto divisa tra la propria fede e il lavoro.

A parlarle dell’importanza della scelta è l’infermiera Muriel Harris (Tanya Moodie), che riguardo il tema dell’aborto, le ricorda l’importanza di offrire alle donne una scelta, sia che questa sia concepire attraverso la scienza, che di interrompere una gravidanza.

C’è poi la linea narrativa riguardante i problemi di infertilità che ha la stessa Jean a causa della sua endometriosi (non è noto se la vera Jean Purdy avesse effettivamente l’endometriosi). In una scena Jeanparla della vergogna che le donne provano per la loro incapacità di concepire. Lo stigma, secondo Jean, si alimenta in una società patriarcale che definisce il valore delle donne in base alla maternità; un atteggiamento che, purtroppo, persiste ancora oggi.

Joy, qual è il focus?

La narrazione di Joy si perde nei dialoghi e nella gestione dei conflitti. I personaggi, in particolare quello di Jean, sembrano scritti con superficialità e tutto accade troppo velocemente.

Non si comprende quale sia quindi la vera intenzione del racconto: se un piccolo biopic su Jean Purdy, se una panoramica sugli eventi che hanno portato alla nascita della tecnica della fecondazione in vitro, oppure (considerando il titolo) se gli avvenimenti che hanno portato alla nascita di Louise Joy Brown.

Joy è un misto di questi tre, ma il risultato è un racconto superficiale che unisce i tre plot senza equilibrio.

Non fraintendiamoci però, il film intrattiene, non è impegnativo e il racconto è abbastanza scorrevole, inoltre si tratta di un tema e una storia importante, pertanto merita a prescindere la visione.

Joy – the birth of IVF, la recensione su Almanacco Cinema

Joy e il racconto dello stigma sull’infertilità

25 luglio 1978, una data storica per la medicina: nasce Louise Joy Brown, la prima bambina nata dalla fecondazione in vitro.

Molti passi in avanti sono stati fatti da allora, dal punto di vista medico, ma nonostante i progressi dagli anni ’60, le donne affrontano ancora oggi discriminazioni.

Joy offre un’istantanea eloquente dei modi in cui gli atteggiamenti della società cattolica e conservatrice hanno ostacolato il progresso delle ricerche sull’IVF.

A subire forti discriminazioni, non è stato solo il team di ricercatori, ma anche le donne che si sono offerte volontarie per partecipare, autodefinendosi: “The Ovum Club” (Il Club dell’Ovulo).

Il dottor Edwards viene insultato in diretta TV, deriso per strada e soprannominato “Dottor Frankenstein”. Jean viene allontanata da sua madre, dalla chiesa e dalla sua comunità cattolica. I giornali perseguitano le donne volontarie durante il trattamento, offrendo ingenti somme agli scienziati per ottenere i loro nomi e indirizzi, invadendo la loro privacy per stigmatizzarle pubblicamente.

Purtroppo, lo stigma sulla fertilità è radicato tanto nella nostra storia quanto nella cultura moderna, con sempre più leggi che limitano le decisioni delle donne sui propri corpi.

Oggi, grazie alla ricerca scientifica e al progredire della medicina, sono stati raggiungi risultati molto incoraggianti rispetto all’utilizzo delle tecniche di fecondazione assistita. Quindi ben vengano film sul tema e iniziative capaci di accendere i riflettori sul tema, che possano sensibilizzare sull’argomento e normalizzare che l’infertilità è una patologia alla quale c’è un rimedio.

Conclusione

Jean Purdy morì nel 1985, a causa di un cancro, a soli 39 anni. Durante la sua carriera, 370 bambini furono concepiti grazie alla IVF; oggi, oltre 12 milioni di bambini sono nati grazie a questa pratica.

Anche se non si tratta di una narrazione perfetta, Joy ci racconta la storia di una donna, infermiera e ricercatrice che ha dato un importantissimo contributo alla medicina, una paladina e pioniera della fecondazione in vitro, una donna della quale probabilmente non avremmo sentito parlare in altri contesti. Anche questo è il potere del cinema, illuminare qualcosa o qualcuno che è per tanto tempo è rimasto nell’ombra.

Joy è disponibile su Netflix dal 22 novembre 2024.

Recensione a tre stelle su Almanacco Cinema