No other choice è il nuovo lavoro di Park Chan-Wook e questa volta si tratta di una commedia nera a tinte thriller che critica la società capitalistica.
Il noto regista sudcoreano si è sempre distinto per come riesce a mettere in scena, attraverso una regia di alto livello, la psicologia umana di fronte alle situazioni più svariate e complesse. Ricordiamo la Trilogia della Vendetta (Mr Vendetta, OldBoy e Lady Vendetta) che unisce dramma psicologico e thriller, oppure l’ultimo suo film Decision to leave (2021) che è un mix tra giallo investigativo e dramma sentimentale. Park Chan-Wook ha affrontato anche il delicato tema della divisione nazionale con il bellissimo Joint Security Area (2000).
Questa volta con No other choice affronta invece il tema della competitività nel mondo del lavoro e del dramma familiare che emerge nel momento in cui un posto di lavoro di rilievo viene perso da colui che mantiene la famiglia. Il tutto viene raccontato attraverso la commedia nera che piano piano si trasforma in uno spietato thriller. Vediamo un passo alla volta di cosa si tratta.
No other choice, la trama
Man-soo è il capo reparto di una grossa ditta che produce carta e ha una vita apparentemente perfetta: una moglie che lo ama, due figli e due cani. Ma soprattutto ha la casa dei suoi sogni, quella in cui è cresciuto da piccolo, rilevata e ristrutturata. Un giorno l’azienda viene acquisita dagli americani, viene dato un taglio netto al personale e anche il nostro protagonista perde il lavoro. Dopo un anno la situazione non è cambiata.
Man-soo ha provato diversi lavoretti ma l’aspirazione a ottenere un posto dello stesso livello di prima e soprattutto nello stesso settore lo tormenta continuamente. Ed ecco l’illuminazione, il piano perfetto: ammazzare il capo reparto di un’altra azienda del settore carta e successivamente i candidati con più qualifiche di lui, in modo da essere l’unico candidato da poter assumere.
Il declino inevitabile del capitalismo
Al di là della frecciatina agli americani, spesso presenti nei film sudcoreani e rappresentati come coloro che distruggono tutto ciò che toccano e hanno in testa solo il profitto, il film ci mette davanti alla fine della società capitalistica. Finora abbiamo assistito a storie che raccontavano di alti dirigenti che si fanno le scarpe a vicenda (arrivando all’omicidio) per un posto di rilievo. In questo caso il protagonista arriva addirittura ad uccidere per un posto di lavoro medio, non un semplice operaio ma nemmeno chissà quale incarico amministrativo. Un lavoro semplicemente decente, il suo lavoro, quello che ha sempre fatto.
La prima parte è raccontata in modo più leggero e decisamente ironico, pur mettendo in scena fatti tristemente verosimili. La seconda parte invece diventa più seriosa, cruda ed emergono delle inaspettate complicità che concretizzano sempre di più la direzione che la nostra società sta prendendo. L’individualismo più sfrenato dominerà il mondo più di come lo sta già facendo ora. Il colloquio di lavoro finale è, in tal senso, spaventosamente profetico.

Regia e attori
La regia di Park è perfetta e si adatta benissimo sia nelle scene di commedia sia nelle scene più drammatiche e tendenti al thriller. La gestione della tensione è ottima, la quale riesce a essere alta anche nelle scene di dialogo. Park gioca con le inquadrature e gli piace alternare primi piani dei personaggi a campi medi e lunghi. In questo modo contestualizza ogni sequenza e riesce a dare agli spettatori un’immagine più completa, più dettagliata e più intrigante della scena.
Gli attori sono uno più bravo dell’altro. Una menzione particolare è necessaria però nei confronti dei due protagonisti: Lee Byung-hun e Son Ye-jin nei panni rispettivamente di Man-soo e sua moglie. Entrambi subiscono un cambiamento nel corso della storia e si evolvono. Diventano più freddi, più razionali e soprattutto più consapevoli delle conseguenze delle loro azioni. Meravigliosi.
No other choice, in conclusione
Il film di Park si rivela essere uno spietato e dissacrante affresco della nostra società e soprattutto della sua imminente fine. Il finale della pellicola si rivela poi spietato e profetico allo stesso tempo. Ci troviamo davanti infatti alla nuova piena realizzazione del lavoratore e allo stesso tempo del suo terribile declino dal punto di vista sociale. Egli rimane solo, individualista e felice di esserlo.
Un film meraviglioso da non perdere per nessun motivo.
Il miglior film in sala in questo periodo, alla faccia di Checco Zalone.