Ultimo schiaffo è un film di Matteo Oleotto ed è ambientato in un paesino all’estremo Nord del Friuli, dimenticato da Dio e coperto da una neve quasi perenne.
Oleotto si adopera per raccontare le terre di confine, la periferia più remota, gli ultimi della società che abitano dei luoghi dimenticati dal mondo e quasi sospesi tra realtà e fantasia. Si tratta di un obbiettivo decisamente ambizioso e non facile da raccontare al cinema.
Il nostro amico regista ci sarà riuscito? Ora lo vediamo insieme.
Ultimo schiaffo, la trama
Ci troviamo a Cave del Predil, una piccola frazione di 400 anime del Comune di Tarvisio, a Nord del Friuli e praticamente al confine con l’Austria. Petra e Jure Kravina sono due fratelli che cercano di campare come possono, tra piccoli lavoretti e qualche truffa, nella speranza di racimolare qualcosa per ristrutturare la vecchia casa di famiglia e magari un giorno andarsene. Il padre è morto e la madre è malata di Alzheimer e loro le fanno assistenza.
Un giorno si imbattono nell’annuncio di un cane smarrito che informa che chi lo troverà riceverà una lauta ricompensa. Per puro caso i due fratelli lo trovano e, convinti che si tratti di una famiglia abbiente, tentano di trasformare la cosa in un ricatto: il cane in cambio di un cifra importante di denaro. Ovviamente tutto si evolverà per il peggio.
Ambientazione e personaggi
Iniziamo col dire che l’ambientazione è straordinaria, anche per come viene messa in scena. Questo paesino dimenticato da Dio e dal mondo esterno, lontano da servizi e opportunità, diventa un luogo in cui la gente più anziana sopravvive per abitudine e i più giovani cercano di fuggire appena ne hanno la possibilità. Questo provoca lo spopolamento di queste zone e il loro quasi totale isolamento.
In Ultimo schiaffo funziona sostanzialmente tutto. L’atmosfera che viene messa in scena è molto efficace e racconta perfettamente un microcosmo in un ambiente dimenticato dal mondo stesso. I personaggi sono molto interessanti e ben caratterizzati, sia quelli principali che quelli che compaiono solo per pochi minuti. Questa è un qualità veramente degna di nota che pochi film possono vantare di possedere. Menzione speciale per tutti gli attori, in particolare Adalgisa Manfrida, che ci offrono veramente delle performance azzeccate e riuscite.
Un mix di stili e di poetiche
Oleotto attinge a piene mani dal cinema dei Fratelli Coen, in particolare a quel capolavoro che è Fargo. L’ambientazione innevata e quasi sospesa ne tempo è il primo elemento ripeso, a partire dalla statua posizionata all’ingresso del paese. In Fargo si tratta della statua di un boscaiolo, qui invece di un minatore, un chiaro riferimento alle famose miniere del luogo.
I vari riferimenti poi non riguardano tanto la trama o gli elementi noir e il loro sviluppo ma la messa in scena di un manipolo di ingenui e innocui personaggi, una sorta di soliti ignoti di monicelliana memoria, che si improvvisano truffatori e una sciocchezza fatta per necessità si evolve in un tragico e irrecuperabile epilogo.
Certo, molte scene suscitano ilarità nello spettatore ma non si ride mai a crepapelle ma sempre con l’amaro in bocca per via delle disgrazie altrui e del modo in cui i personaggi le affrontano.

Ultimo schiaffo, in conclusione
Per chiudere, lo stile da commedia nera funziona benissimo e la regia è perfettamente adattata al tipo di racconto e all’atmosfera del film, la quale entra diretta dentro lo spettatore che ne risulta subito attratto e coinvolto.
Un film da non perdere assolutamente, una ventata d’aria freschissima per il cinema italiano.