Una storia segna l’esordio alla regia di Anna Foglietta, che dipinge su una tela esteticamente invidiabile ma non riesce a colmare a pieno i vuoti rimasti.
Avete mai pensato a quanto sia difficile raccontare l’ordinarietà delle vite comuni? Quanto sia impossibile condensare la quotidianità della normalità? A quanto sia incredibilmente complicato riuscire a parlare dell’ordinario attraverso un mezzo, quello del cinema, che ha come costante ordine del giorno quello di dettare le specifiche di ciò che è straordinario.
Quel capolavoro di Paterson del grande Jim Jarmusch lo fa con una cinica tenerezza che surclassa qualsiasi punto tematico che propone. Il maestro del cinema statunitense John Cassavetes lo ha preso come spunto fondante dietro ad ogni sua storia, in particolare con A Woman Under the Influence – in Italia Una moglie – e la stessa operazione accompagna uno degli esordi più attesi della scorsa edizione del Festival di Venezia.
Una storia
Ebbene sì. Anna Foglietta, attrice da Un giorno all’improvviso di Ciro D’Emilio a Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, ha realizzato il suo primo film, l’esordio in assoluto dietro alla macchina da presa. Una storia è il titolo della pellicola che ne sancisce il debutto come regista ma anche come autrice del soggetto e della sceneggiatura, assieme a Matteo Ferri – anche al soggetto – e Tania Pedroni.
I due unici interpreti principali sono Alba Rohrwacher e Guido Caprino nei rispettivi ruoli di Erica e Mauro, coppia sposata da tempo e che ora deve gestire l’assenza della figlia Irene, partita per completare gli studi e trasferitasi fuori dalla piccola cittadina in cui le vicende della storia prendono forma. I due genitori cercano di non annegare nella nuova routine che si stanno creando.
La realtà quotidiana
La pellicola ha una struttura più o meno episodistica, e questo sicuramente semplifica e centralizza il passaggio del tempo di un anno, ovvero, l’effettivo spazio temporale attraversato dal film. Autunno, inverno, estate, poi. Queste le quattro fasi di Una storia e che non corrispondono poi tanto alla realtà, ma si sa che oramai le mezze stagioni non esistono più.
E sicuramente pare impossibile riuscire a raccontare una storia così vuota di eventi concreti prendendosi un lasso di tempo così specifico e così ampio. E forse, forse, un solo anno di tempo non basta per entrare nella vita quotidiana della coppia, perchè tutto ciò che vediamo è esclusivamente un riflesso della partenza della figlia.

Ciò che non amiamo più
Una storia è letteralmente un piccola porzione di una storia gigantesca. E’ una storia sul perdere l’amore e ritrovarlo. E’ una storia sul riuscire a chiedersi “come stai?”, sinceramente. E’ una storia su quel sentimento di insoddisfazione, anche se va tutto bene.
Infatti, Una storia è tutto questo fino ad un preciso momento di rottura. Finchè i personaggi risolvono parzialmente ciò con cui avrebbero dovuto fare i conti perchè, se il problema è la comunicazione e l’introspezione interna e personale, allora tutto potrebbe risolversi in un tempo massimo di un’ora. Eppure, Una storia indugia e riflette e pensa a molto fuorchè di essere essenziale, perchè lo è poche volte.
Anima mia
Infatti, al di là dei due protagonisti – che si muovono tra molti alti e qualche basso recitativo – e il personaggio del padre di Mauro, il resto del minuscolo e quasi inesistente cast manca di profondità narrativa. Molto di ciò che si vede affronta una gamma emotiva talmente ampia che mangia qualsiasi altra cosa il film pensi di essere.
E forse, sarebbe stato anche molto meglio se il finale di una storia del genere non si risolvesse con una spiegazione di ciò che proviamo e ciò che sentiamo perchè, sempre forse, questo è il punto più difficile da acuire pubblicamente. Ma non percgè non ci amiamo l’un l’altro, non perchè odiamo noi stessi, ma perchè è impossibile comunicare qualcosa che non esiste e non se ne sa neanche il perchè.