Emanuela Fanelli

Peccato, o come Emanuela Fanelli si inventa un futuro per ridere del presente

 

La recensione di Peccato: la serie di Emanuela Fanelli su HBO Max è un mockumentary ambientato nel 2049 che ride di tv e cinema italiani, e di sé.

Siamo nel 2049. Emanuela Fanelli ha 63 anni, ha lasciato lo spettacolo dopo scandali e goffi tentativi di salvare faccia e carriera, e vive con il compagno in un paesino della Valle d’Aosta che nel frattempo, per beffa geopolitica, è diventato svizzero. Da qui parte Peccato, il mockumentary che Fanelli ha ideato, scritto e interpretato, presentato alla Mostra di Venezia come unica serie in programma e arrivato su HBO Max con un successo di pubblico immediato.

Peccato, la recensione

Il titolo è insieme rimpianto e verdetto. Una troupe ricostruisce la parabola di una star caduta, e a raccontarla sono i colleghi di una vita: Sabrina Ferilli, Alessandro Borghi, Paolo Virzì, Geppi Cucciari, Ferzan Ozpetek, con presenze come Fabio Fazio e Giovanni Floris.

Tutti interpretano se stessi, ed è qui che la serie trova il suo meccanismo migliore: le testimonianze non sono mai del tutto affidabili. Ozpetek continua a lodarla anche quando gli tocca ricordare un tormentone da lei lanciato alla conduzione di Striscia la notizia. Paola Cortellesi, lontana dalla recitazione e approdata in politica fino a salire molto in alto, dedica lunghe spiegazioni al punto in cui l’amicizia con Fanelli si è spezzata.

La cosa certa è che Emanuela Fanelli era una star. Uno dei colpi di genio della serie è renderla la star dei cliché, dal suo film successo Pasticciona in amore alla sua prima autobiografia. Fanelli costruisce un personaggio fatto di frasi fatte, ridicolizzandolo. In questo modo si garantisce la risata di chi lo guarda e porta a casa una serie che è un vero e proprio gioiello.

Recensione Peccato

La regia di Peccato

Il registro è quello della satira che non risparmia nessuno, a cominciare da chi la scrive. Fanelli esaspera tic e vanità della propria immagine pubblica, con una falsa modestia che ricorda i tempi di Una pezza di Lundini. Non a caso la prima puntata si chiude con uno dei suoi dialoghi a camera in cui si pone le domande, si risponde da sola e fa insultare gli interlocutori; chi conosce quel programma riconoscerà più di un volto familiare.

Il paragone che viene in mente è Call My Agent, ma Fanelli fa un passo in più. Nella serie francese i difetti del divo ricadono su personaggi di fantasia; qui ricadono su una persona reale, con il suo nome, che accetta di farsi macchietta e di raccontare l’invisibilità che aspetta chi ha vissuto di visibilità. In una televisione italiana che raramente ride di sé è un gesto raro.

La regia di Vestoso adotta la grammatica del documentario, fatta di interviste e testimonianze, e la usa per tenere sempre sfocato il confine tra biografia e invenzione. Il gioco regge anche perché è breve: sei episodi non lasciano il tempo di stancarsi della formula. Resta il rischio di ogni opera costruita sul riconoscimento: chi non conosce i volti e i tormentoni di cui si ride perderà qualche battuta, e la serie parla soprattutto a un pubblico che la tv italiana l’ha frequentata davvero. Fortunatamente, gli italiani storicamente, sono un popolo che la televisione la guarda e la loda a prescindere. Basta pensare alla sequenza che riporta il programma di Caterina Balivo, la Fanelli è ospite in mezzo ai frequentanti abitudinari veri del programma. Questo meccanismo fa in modo che la gente riconosca quel programma e riesca davvero a credere che Emanuela Fanelli sia stata ospite e abbia fatto uno scivolone che l’ha portata all’inizio della sua discesa.

La forma documentaria richiede una prova nella realtà di quello che viene detto. Fanelli e Vestoso si creano le prove, e questo lo rende un prodotto originale, dove il limite tra realtà finta e finzione reale diventa davvero irriconoscibile.

Il merito maggiore di Fanelli è non cercare l’assoluzione. Si mette in ridicolo con convinzione, e per far funzionare l’assurdo bisogna crederci: la sua autoironia è anche fiducia nel proprio talento. Il risultato è un autoritratto spietato e affettuoso insieme, che usa il finto declino per dire qualcosa di vero sul mestiere e sul suo pubblico.

Peccato è una serie geniale, fatta da chi la tv la conosce e l’ha vissuta, prodotta per un pubblico che è in grado di ritrovarsi in quegli ambienti così familiari.

Alla fine il titolo diventa una dichiarazione: sarebbe davvero un peccato non vederla.