The Last Photograph - Zack Snyder

The Last Photograph: l’ultima parentesi indie di Zack Snyder

Con The Last Photograph, Zack Snyder abbandona studio, green screen e sequel obbligati: più che una fuga da Hollywood, una breve licenza d’autore.

L’uomo di 300, Watchmen, Man of Steel, Batman v Superman e dei kolossal Netflix di Rebel Moon ha girato The Last Photograph senza studio e senza piattaforma alle spalle, con una troupe ridotta, senza green screen, senza video village e perfino rinunciando a buona parte di quello slow motion diventato negli anni quasi una sua firma notarile.

The Last Photograph è un progetto che Snyder inseguiva da quasi vent’anni e che in passato era passato anche attraverso Warner Bros. Poi arrivarono Superman, Batman, la Justice League, Netflix, eserciti di effetti digitali e universi che, per definizione, non possono permettersi di finire.

Il film è rimasto lì, finché Snyder non ha trovato una finestra e del denaro privato per realizzarlo attraverso una struttura indipendente: girato tra Colombia, Islanda e Stati Uniti, verrà presentato oggi 13 settembre in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival, ancora in cerca di distribuzione.

The Last Photograph, il film rimasto fuori dalla macchina Hollywood

Quando Snyder cominciò a svilupparlo, The Last Photograph era un progetto molto diverso: un thriller di guerra e spionaggio costruito attorno a Christian Bale e Sean Penn. Dopo la morte della figlia Autumn nel 2017 e l’uscita traumatica dall’universo DC, Snyder torna sul materiale con un’altra prospettiva: una meditazione sulla morte e sulla redenzione, oltre che sul modo diverso in cui le persone possono guardare la stessa realtà.

Snyder riesce infine a riacquistare i diritti dalla Warner e costruisce il film fuori dal sistema che per anni lo aveva finanziato, controllato e ingigantito. Attorno a sé richiama Deborah Snyder, Wesley Coller e Gianni Nunnari, il produttore italiano con cui aveva già realizzato 300, mentre per i due protagonisti sceglie Stuart Martin e Fra Fee, entrambi reduci da Rebel Moon.

La storia segue un fotografo di guerra dipendente dall’eroina, unico testimone sopravvissuto a un massacro, e il fratello di un diplomatico assassinato: insieme si spingono sempre più lontano dalla città alla ricerca di due bambini rapiti, in un viaggio che Snyder descrive quasi come una ricerca del Graal, dove il territorio sudamericano diventa progressivamente meno uno scenario d’azione e più un luogo mentale.

The Last Photograph: più budget significa meno libertà?

Snyder è tornato dietro la macchina da presa come direttore della fotografia e in Colombia si è ritrovato con una troupe ridotta, senza roulotte, sedie o il classico “villaggio” di monitor in cui una produzione contemporanea finisce spesso per guardare se stessa mentre gira.

La lavorazione è durata 32 giorni, circa la metà del set più breve affrontato in precedenza da Snyder, con una media di 40 setup al giorno. Quasi tutto il film è stato girato a mano, senza gru e con appena qualche dolly: una velocità produttiva che, paradossalmente, Snyder non aveva più potuto permettersi proprio quando disponeva di budget enormemente superiori.

Snyder e Deborah definiscono The Last Photograph un’esperienza quasi catartica, finalmente libera dall’obbligo di vendere un sequel, un giocattolo o il film successivo.

Peccato che a chiudere il cerchio ci sia un dettaglio meno mistico: Snyder non sembra affatto intenzionato a fuggire da Hollywood. Al contrario, ha già iniziato a lavorare al remake di 1997: Fuga da New York, riabbracciando in pieno la sfida del remake. Che però, dopo vent’anni passati a maneggiare proprietà intellettuali miliardarie, più che una sfida sembra ormai la sua zona comfort.