Volveréis, la recensione su Almanacco Cinema

Volveréis, la recensione su Almanacco Cinema

È ancora in sala Volveréis, commedia diretta dallo spagnolo Jonás Trueba: un’opera intrigante nello stile che celebra il legame tra il cinema e la vita.

Dopo essere stato presentato alla Quinzaine des réalisateurs a Cannes lo scorso anno, Volveréis arriva in Italia. Nonostante sia passato in sordina rispetto soprattutto al grande pubblico, quello di Jonás Trueba è un film originale, sofisticato, e intrigante nella forma.

Con una sceneggiatura ricca di dialoghi e scambi che lo rendono certamente un film da ascoltare con attenzione, Trueba non manca di giocare con la macchina da presa dimostrando una cura dell’immagine che non sfugge a un occhio affezionato alla settima arte.

Osservando da vicino la decostruzione di una relazione, Volveréis finisce per proporre una precisa visione dell’amore, che è arricchita grazie ai tanti riferimenti alla musica, alla letteratura, alla filosofia, e grazie a un simbolismo evocativo e coerente.

Volveréis, la trama

Ale (Itsaso Arana) e Alex (Vito Sanz), lei regista lui attore, dopo essere stati insieme quattordici anni (“una vita”, come continuano a ripetere i loro amici), hanno deciso di separarsi. Nulla di cruciale li ha portati a questa decisione, ma i due di comune accordo si sono convinti che sia meglio dividere le loro strade.

Ripescando una vecchia idea del padre di Ale hanno intenzione di festeggiare l’evento proprio come se fosse un matrimonio insieme alle persone più care. Secondo l’uomo, infatti, bisognerebbe festeggiare le separazioni piuttosto che le unioni, perché è con le prime che si dà davvero avvio qualcosa di completamente diverso e nuovo.

I due iniziano così a invitare amici e parenti esplicitando le loro intenzioni con serenità e convinzione. Nessuno, tuttavia, sembra credere davvero alla fine della loro relazione.

Volveréis, lo stile di Jonás Trueba

Sin dai primi minuti del film ci rendiamo conto della presenza di Jonás Trueba dietro la macchina da presa. Lungi dall’essere osservatore invisibile e imparziale, il regista gioca con il suo strumento in vari modi. A volte lo fa per sottolineare qualcosa, altre volte per allertarci permettendoci di cogliere qualcosa che i protagonisti sembrano voler celare.

Subito dopo la notizia che apre il film, cioè che Ale e Alex hanno deciso di separarsi, Trueba sceglie di assecondare le loro parole. Rimarca con forza il loro convinto distacco attraverso una serie di strategie atte a dividerli spazialmente. Lo fa tecnicamente con lo split screen (inquadratura doppia tipica tra l’altro delle romcom), ma lo fa anche all’interno della stessa inquadratura, separandoli con elementi architettonici (finestre, porte, muri…).

I momenti di incertezza, in cui le loro intenzioni sembrano vacillare, invece, sono scanditi da lentissimi e quasi impercettibili zoom in avanti. Ci rendiamo conto che qualcosa di misterioso sta accadendo dentro di loro e, come amici e parenti, siamo tentati di dubitare.

Super 8: linguaggio d’amore

Con un espediente che potremmo definire ricorrente nel cinema contemporaneo, Trueba si serve, in un momento cruciale della narrazione, dell’immagine girata in Super 8. Potremmo citare due esempi precedenti (di cui abbiamo sentito parlare negli ultimi mesi) che hanno affidato a tale formato la componente emotiva e riconciliativa del racconto. Uno recentissimo, ed è il vincitore dell’Oscar per il Miglior Film Straniero Io sono ancora qui di Walter Salles, e Paris, Texas di Wim Wenders che ha da poco visto la restaurazione a quarant’anni dal debutto.

In Io sono ancora qui (qui la nostra recensione) i filmati in Super 8 della famiglia Paiva, ancora serena prima della scomparsa di Rubens, rappresentano non solo il ricordo dell’amore, ma anche una forma di resistenza all’oblio a cui la dittatura brasiliana voleva condannare i desaparecidos. La presenza cinematografica di quelle immagini era testimonianza di un’esistenza che era reale, viva nel cuore della sua famiglia e nella memoria di un paese che ha lottato per dare dignità alle vittime della dittatura.

In Paris, Texas il film in Super 8 di una vecchia vacanza è ancora veicolo di ricordo, ma di un rapporto che era vivo nel passato ed è ormai praticamente assente nel presente. I protagonisti Travis e Hunter, distanti da anni, nel rivedersi insieme e felici, fanno riaffiorare l’essenza del loro rapporto padre-figlio, ritrovando in uno sguardo e in un sorriso la sintonia di un tempo.

Ciò che è interessante in Volveréis è che Ale, che è una regista professionista, usa una videocamera moderna, servendosi semplicemente di un filtro che riproduce l’effetto del Super 8. Anche per lei e Alex si tratta della riproduzione di un momento particolarmente spensierato della loro relazione che, seppur appartenente al passato, è in grado di commuoverli. Alla luce di questi esempi il Super 8 nel cinema contemporaneo sembra associato non solo a un passato cronologico, ma anche a un universo emotivo, in cui l’amore è cristallizzato.

Citazionismo in Volveréis

Il film abbonda di citazioni e rimandi al cinema, alla letteratura e alla filosofia. Si va da Bergman, qui oracolo nel vero senso della parola, a Kierkegaard (che scioglie il nodo della narrazione), passando per Stanley Cavell (studioso della commedia americana del “rimatrimonio”).

Questi elementi sono sia al servizio della visione che il regista vuole proporci dell’amore e della relazione, sia occasioni per raccontare i personaggi attraverso le loro opinioni su temi comuni. Quando Ale e Alex iniziano a discutere parlando di un film scopriamo molto di loro, di ciò che pensano, di come portano avanti una discussione, e delle dinamiche di potere che intercorrono tra di loro.

Molto interessante poi è la breve apparizione di Francesco Carril. L’attore, nei panni di sé stesso, racconta di star girando una serie in cui la storia di una coppia viene raccontata nel corso di dieci anni, in dieci giornate. Vi ricorda qualcosa? Questo crossover con Dieci Capodanni, una delle serie spagnole più apprezzate dello scorso anno, è sintomo di uno degli aspetti più interessanti in Volveréis: la continua sovrapposizione tra cinema e vita.

Cinema e vita

Il mestiere dei due protagonisti dà modo a Jonás Trueba di costruire un sofisticato gioco metacinematografico. Ale sta montando un film di cui è protagonista insieme ad Alex e, nel corso del film, il confine tra ciò che stiamo guardando noi e ciò che vede sullo schermo del suo computer diventa spesso labile.

Persino l’incontro con i produttori dopo la prima proiezione del film, e la discussione che ne consegue, finisce per diventare pretesto per parlare di loro. Se è vero, infatti, che il cinema è un esercizio di costruzione ciò non vuol dire che sia falso, finto, o innaturale. Quello che accade tra “azione” e “stop” (e la scena del finto provino lo conferma) è autentico perché reali sono le intenzioni di chi partecipa alla scena. 

Volveréis, la recensione su Almanacco Cinema

In conclusione

Volveréis è un film molto interessante, che sfrutta al massimo il mezzo cinematografico, ma non è un film per tutti. Con una sceneggiatura fitta, ricca di citazioni, e un’azione ridotta la minimo, è un’opera che potrebbe risultare lenta e monotona a un pubblico più ampio. Tuttavia, è proprio nella sua ripetizione che si coglie il suo significato. I gesti ripetuti, infatti, lungi dall’essere mera e irrilevante routine, sono l’essenza di una cura che testimonia un sentimento autentico. E così quel bicchiere che si offrono a vicenda, che sia di vino o d’acqua, ci racconta di loro più di quanto facciano le parole.

Jonás Trueba nel giocare tra realtà e finzione, tra cinema e vita, finisce per ricordarci il motivo per cui scegliamo di sederci in una sala, insieme a degli sconosciuti, a osservare la vita di altre persone. Quelle vite, anche quando distanti e apparentemente lontane, ci ricordano la nostra, ci fanno rivivere momenti vissuti, e lo fanno con una potenza espressiva che spesso da soli non riusciamo a trovare.

Volveréis è certamente un’opera che vale la pena recuperare.