Il primo figlio racconta l’incubo della gestazione, costruendo un vivido dialogo fra il dentro e il fuori, Noi e l’Altro.
Un horror tale per la materia che tratta, più che per la presenza degli espedienti del genere, che comunque ci sono tutti. Un horror, quindi, molto italiano, sulla stessa scia delle opere di Strippoli. Il primo figlio è stato presentato nella sezione Esordi italiani della 61esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. E ha vinto il Premio SIAE Cinema per la miglior sceneggiatura alla 18esima Festa del Cinema di Roma.
Il primo figlio, la trama
Protagonista assoluta de Il primo figlio è Ada (Benedetta Cimatti), una professoressa universitaria di Filosofia, in attesa di un bambino. Il compagno, Rino (Simone Liberati), è anch’egli professore all’università, di letteratura italiana.
I due decidono di trasferirsi in una casa in campagna immersa nel verde, dove abitavano prima di un tragico evento. Il ritorno in un luogo simbolo di angosciosi ricordi fa sprofondare Ada nella disperazione. Comincia a sentire e poi vedere un bambino, che scopriamo essere “il primo figlio” della coppia, morto per annegamento in un lago lì vicino, proprio per la negligenza della donna.
A questo punto, si crea una frattura nella coppia, perché Rino comprensibilmente non crede alle visioni di Ada. Oltre al fatto che il suo modo per superare il lutto del figlio è quello di dimenticare e andare avanti, appunto con una nuova gravidanza. Per Ada, invece, è diverso, è lei che sente dentro di sé crescere una nuova vita, che andrà a rimpiazzare proprio quel bambino per cui non ha fatto abbastanza per salvarlo.
In Ada si crea, allora, un cortocircuito. Una frammentazione che la porta a rivolgersi a un’amica che crede nel pensiero magico. Una seduta spiritica sembra aprire un varco fra mondo dei vivi e mondo dei morti.
Chi è quel bambino?
Potremmo dire che il film ruoti proprio intorno a questa domanda. Quel bambino che Ada vede, prima con il volto angelico del figlio e, in seguito, con un volto deturpato e demoniaco, chi è e cosa rappresenta?
Potremmo affermare rappresenti il suo senso di colpa, quell’idea di rimpiazzo che sembra così naturale al compagno Rino. Il primo figlio, Andrea, però, non vuole che questo nuovo bambino nasca. Nel momento in cui verrà alla luce lui scomparirà e non potrà più stare con sua madre. È evidente che ci muoviamo nel subconscio di Ada. Queste sono le sue parole e i suoi pensieri.
Il groviglio dei sentimenti contrastanti che prova per questa nuova gravidanza esce fuori da lei e diventa l’Altro. Un Altro che lei stessa ha partorito.
Rino non sembra mai capire fino in fondo quello che sta provando. Da una parte perché il peso del senso di colpa per la morte di Andrea lo porta tutto lei. Dall’altra, perché l’esperienza della gravidanza è ontologicamente e fatalmente riservata al femminile. Sentire dentro di sé un estraneo, che può anche essere minaccioso, è difficile da comprendere per chi non può sperimentarlo.

Ad ogni modo, Rino non è indifferente alla condizione di Ada o privo di empatia per lei. Anzi si sforza di aiutarla, ma con l’obiettivo primario di preservare quella vita ancora non nata. L’attenzione è spostata sul figlio in arrivo e non su di lei. Invece, Ada sembra quasi dimenticare chi porta in grembo, tutta preoccupata per un esterno, un altrove da raggiungere. E infatti Andrea vorrebbe portarla con sé in fondo al lago. Si può dire che quella di Ada sia una ribellione a una gravidanza che non è ancora pronta ad affrontare.
Il primo figlio è un film horror?
È difficile classificare il film, che ha molte più accezioni drammatiche che propriamente horror. C’è sicuramente un lavoro attento sulla messa in scena e sul sonoro che riprende gli espedienti del genere. Tutto è filtrato attraverso lo stato emotivo della protagonista. La luce è tetra, piomba dall’alto sul volto di Ada, rendendo il suo sguardo perso ancora più inquietante.
Benedetta Cimatti restituisce un personaggio gelido come l’ambiente circostante. La regista Mara Fondacaro ha voluto rappresentare un esempio di madre differente dal mainstream. Ada non è accogliente o rassicurante e neanche remissiva. Prova dolore e cerca con la razionalità di venirne fuori. Infatti, anche quando si affida alla amica “medium”, in lei rimane il rigore e la lucidità della donna di ragione. Non dà mai l’idea di aver perso la testa. Le sue reazioni sono misurate e comprensibili proprio perché il punto di vista è spostato su di lei. Abbiamo il cosiddetto “female gaze”.
Nonostante abbiamo a che fare con un incubo per antonomasia relegato al femminile, le azioni e reazioni di Ada e Rino sovvertono le dinamiche di genere. La parte “emotiva” della coppia sembra proprio lui, anche se non crede alle visioni della compagna. Ada, invece, appare pragmatica nel seguire le sue convinzioni, anche se in preda alla disperazione. E proprio questo contrasto nel contrasto, che crea straniamento, colloca Il primo figlio nel genere horror di riferimento. Mentre, l’inquietudine vera e propria è data dall’immagine di una madre che parla a un figlio morto che vede solo lei. Infatti, solo successivamente il bambino viene mostrato anche allo spettatore.
Conclusioni
Il primo figlio, scritto e diretto da Mara Fondacaro, è un film raffinato e misurato. Non forza mai la mano in nessun senso, né in direzione drammatica né horror. Più che inquietare vuole creare una riflessione su cosa vuol dire per le donne portare avanti una gravidanza e generare un Altro da sé. Benedetta Cimatti porta su di sé, con la sua prova, tutto il film e lo fa con rigore e grande espressività. Anche Liberati riesce a rendere bene l’apprensione di un padre e compagno che sente la pressione del suo ruolo, non più relegato a mero contorno come in passato.
Lo svolgersi degli eventi è molto lineare e non ci sono scossoni o colpi di scena. Forse Fondacaro poteva osare di più in questo senso ma Il primo figlio non ha la pretesa di intrattenere a tutti i costi. Forse non un film da grande pubblico ma coerente e riuscito rispetto le sue ambizioni.
🎬 Valutazione