The Poughkeepsie Tapes, la recensione su Almanacco Cinema

The Poughkeepsie Tapes, il realismo crudo del found footage

The Poughkeepsie Tapes è un found footage così realistico da sembrare diretto dal serial killer stesso: il male è esposto senza filtri. 

Tra i mockumentary più disturbanti degli anni Duemila, The Poughkeepsie Tapes (2007) di John Erick Dowdle emerge come gioiello del cinema horror indie. Quando vediamo un found footage, se fatto bene, rimaniamo sempre un po’ esterrefatti e con qualche dubbio sulla finzione di ciò che vediamo. Questo è il caso di The Poughkeepsie Tapes, che si presenta come un documentario ricostruito su materiali d’archivio. Il film si distingue per un approccio crudo: Dowdle non romanticizza la figura del serial killer, né dà false speranze alle sue vittime o a noi spettatori, portando l’horror a patti con la realtà delle cose.

The Poughkeepsie Tapes, la trama

L’FBI di Poughkeepsie, New York, trova centinaia di videocassette riconducibili al famigerato Water Street Butcher, un serial killer mai identificato. Attraverso interviste fatte agli stessi investigatori, agli esperti e ai parenti delle vittime, il film ricostruisce la complessità del serial killer, che sfugge ad ogni logica dei profili tracciati dall’FBI. Mediante le registrazioni ritrovate – frammenti disturbanti girati dal serial killer stesso – The Poughkeepsie Tapes ricostruisce dieci anni di omicidi e brutalità. Tra le vittime designate, Cheryl Dempsey (Stacy Chbosky), su cui verterà parte del racconto.

Il realismo del male, oltre la finzione

Negli Stati Uniti, la figura del serial killer appartiene a un fenomeno concreto, stratificato e molto diffuso. The Poughkeepsie Tapes intercetta questa sorta di memoria collettiva e la scolpisce su schermo senza esitazioni né reticenze. Non c’è fascinazione né una costruzione mitica, il male esiste ed è fra tutti noi, anche sotto la luce del giorno e non ha paura a catturare a sé persino i bambini. Esso contamina il mondo e l’ordinario: è possibile, vicino e reale.

The Poughkeepsie Tapes, la recensione su Almanacco Cinema

“L’occhio che uccide”

In questo contesto, il found footage è una presa di posizione chiara. Le immagini non appartengono a uno sguardo neutro, ma a chi la violenza l’ha prodotta e cercata. L’assassino filma, decide, inquadra, si serve sadicamente, diventando regista stesso. Citando Peeping Tom – L’occhio che uccide di Michael Powell, lo sguardo è parte della ferita, non è innocenza, bensì violenza. Lo spettatore si trova coinvolto in questo meccanismo passivo, costretto a vedere attraverso gli occhi del serial killer. Un po’ come accadeva già in Angst di Gerald Kargl, in cui la soggettiva del carnefice ci costringeva a condividere con lui persino i pensieri.

The Poughkeepsie Tapes, la paura ha il suo tempo

Emblematica è la sequenza della ragazza adescata in auto. Lo spettatore rimane chiuso lì dentro, insieme al killer e alla vittima che, convinta di essere al sicuro credendo si tratti della polizia, sale in macchina. La scena si distende lentamente, si prende il suo tempo, senza jumpscare. La tensione nasce per accumulo, così come la paura della ragazza che si trattiene, quasi a negare a se stessa il fatto che non ci fosse più possibilità di uscita. Era capitato proprio a lei, come poteva capitare a chiunque altro. Qui torna il realismo, in questo film non ci sono privilegiati: siamo tutti vittime del male.

La passione per il found footage

Già nei titoli di testa, Dowdle sembra omaggiare Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato attraverso la ripresa aerea che ritrae Poughkeepsie. Ma qui, il male è inscritto nello spazio quotidiano, vicino a noi. In questo senso il film dialoga anche con pellicole “minori” come Megan Is Missing di Michael Goi, The Blair Witch Project di Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez, o VHS. In questi film, il budget basso non è un limite, ma anzi un valore aggiunto. Poiché è proprio la “povertà” dell’immagine che diventa garanzia di autenticità. È così che il found footage mette in crisi la visione stessa, dando allo spettatore la sensazione di vedere qualcosa di proibito e inaccessibile.

Povero

L’immagine corrotta

Il formato analogico è vittima del tempo. Le VHS si degradano, i colori virano, viola, verde, bianco e nero, l’immagine si sporca, perde consistenza e si consuma mentre la si guarda. Quindi, non è mai pienamente stabile o affidabile, così come la memoria. Ma è proprio questo che rende il tutto inspiegabile, ancora più inquietante e anche velatamente triste. Nulla offre appiglio, né definisce o chiarisce, ma trattiene qualcosa che sfugge continuamente: il serial killer? Il perché delle sue azioni? O forse nient’altro che la traccia di qualcosa che si è depositato e continua a rimanere, qualcosa che siamo tutti impotenti a riparare.

The Poughkeepsie Tapes, in conclusione

A fine visione di The Poughkeepsie Tapes, emerge nello spettatore un dubbio inquietante: che il regista interno al film coincida proprio con il killer stesso? Tutto, nel film, sembra accadere nel modo più naturale possibile. Non c’è costruzione evidente, né protezione dello spettatore. È nella misura della regia, degli attori e della sceneggiatura più in generale che tutto resta su una soglia credibile. Sono la mancata salvezza, l’instabilità, l’incertezza a rendere il film disturbante. Neppure Cheryl offre catarsi: qualcosa si è spezzato e il trauma, ormai è sedimentato per sempre. Tutto è irreversibile e scolpito nella memoria.

🎬 Valutazione

Regia
★★★
Interpretazioni
★★★
Storia
★★★
Emozioni
★★★★
🏆 Voto Totale
3.3
★★★