Proud, la recensione della serie polacca

Proud: quando diventare padre è un atto di resistenza

La serie polacca Proud è un ottimo esempio di come l’arte riesca a dare dignità a storie spesso ignorate o trattate con superficialità.

Andata in onda in Italia su HBO dal 12 giugno al 31 luglio 2026, con otto episodi distribuiti uno a settimana, Proud affronta l’annoso tema della genitorialità al di là dei pregiudizi. Il regista Karol Klementewicz offre uno spaccato della società polacca contemporanea. Mostra quanto questa fatichi, sul piano sociale e legislativo, ad accettare modelli familiari diversi da quello “tradizionale”.

Al centro della storia c’è Filip (Ignacy Liss), un ragazzo gay, a tratti egoista, costretto a ripensare completamente la propria vita dopo la morte della sorella. La tragedia lascia orfana la nipote Totsia, di appena un anno. Da quel momento il giovane intraprende un percorso difficile, fatto di paure, incertezze e slanci di orgoglio, per ottenere l’affido della bambina.

La serie affronta la tematica queer, ma soprattutto quella della genitorialità nel senso più ampio del termine. Lo fa in maniera fresca e poco lineare. Questo conferisce a Proud una personalità ben definita, nonostante alcuni problemi di ritmo narrativo. Per sensibilità e temi, richiama un altro piccolo gioiello polacco come Absolute Beginners (2023). La serie è stata premiata al Séries Mania con il Grand Prix 2026, aggiudicandosi anche il premio come Miglior Attore al protagonista Ignacy Liss.

I punti di forza di Proud

Uno degli aspetti più interessanti della serie è la riflessione sul significato dell’essere, o del non essere, genitori. Proud propone modelli di genitorialità molto diversi tra loro.

Da una parte c’è Filip. Per prendersi cura della nipote è costretto ad abbandonare una vita fatta di droghe, feste e irresponsabilità. Dall’altra troviamo Kiki, la migliore amica della sorella defunta. Una ragazza segnata da una vita sentimentale difficile e dal fatto di essere diventata madre a soli sedici anni.

È una ragazza che, di fatto, è dovuta crescere insieme a sua figlia. Significativo il discorso finale in tribunale. Kiki ricorda che nessuno, durante la gravidanza, si è mai chiesto se sarebbe stata una buona madre o quali potessero essere i bisogni di una neomamma adolescente.

Ma la serie racconta anche chi non si sente a proprio agio con la genitorialità. Dal padre biologico di Totsia alle donne in carriera che non vedono nella maternità una priorità.

Divertente e amara è la battuta del nuovo datore di lavoro di Filip quando il ragazzo chiede un permesso per adempiere ai suoi doveri di padre: “Se tua moglie lavora, faresti bene a startene a casa“. Un’inversione di prospettiva che restituisce bene le difficoltà di chi sceglie di assumersi in prima persona la responsabilità della genitorialità.

Attorno a Filip gravitano anche diversi personaggi queer. Tutti sembrano desiderare proprio quella responsabilità che altri, invece, rifiutano.

Alcuni problemi della serie

Non tutto, però, funziona in Proud. La serie non sempre riesce a portare avanti il proprio discorso con linearità. Questa scelta può risultare interessante, ma spesso spezza il ritmo della narrazione. A volte sembra quasi che, per far procedere la storia, gli autori ricorrano a espedienti non sempre indispensabili.

Ci sono poi situazioni poco plausibili. Emblematica è l’ispezione dell’assistente sociale a casa di Filip. Tutto va storto e l’appartamento si trasforma in un continuo via vai di persone. La situazione diventa sempre più bizzarra, fino a un’escalation che sfocia nella tragedia. Queste scelte sembrano voler trasformare la tragicità della vita in una commedia degli equivoci. Talvolta, però, finiscono per sfociare nell’assurdo.

Anche alcune delle relazioni che Filip instaura con gli uomini della sua vita risultano trattate in modo piuttosto frettoloso e, in alcuni casi, poco credibile.

In conclusione

Nonostante questi difetti, Proud restituisce un ritratto autentico della società polacca. La serie mette profondamente in discussione l’idea di “famiglia tradizionale”, soprattutto nell’ultimo episodio. La cena della famiglia riunita porta a galla tutte le ipocrisie che vi si nascondono. In questo Proud è diretta e cruda. Tanto da rendere difficile trovare, nel panorama italiano recente, un prodotto altrettanto coraggioso. Il paragone più immediato è forse Nata per te (2023) di Fabio Mollo. Ma anche in quel caso il modello familiare tradizionale non veniva messo così apertamente in discussione.

Mostrare Filip come un personaggio tutt’altro che perfetto, e inizialmente inadeguato al ruolo di padre, è un altro grande punto di forza della serie. Una menzione speciale va all’interpretazione di Ignacy Liss, anche se tutto il cast si mantiene su un livello molto alto. Proud non indora la pillola. Né quando racconta le difficoltà concrete del crescere una bambina, né quando mostra quanto sia necessario sacrificare una parte di sé per diventare davvero genitori.

È una serie poco statunitense e molto europea. Più vicina alla nostra società di quanto si possa pensare. Se è vero che la Polonia ha una delle legislazioni più conservatrici d’Europa in materia di diritti civili, le difficoltà dell’adozione per una persona single gay trovano ancora molti punti di contatto con la realtà italiana.

Ed è proprio qui che risiede il valore più grande di Proud: non tanto nel raccontare una storia queer o di genitorialità, quanto nel costringere lo spettatore a guardare oltre i propri pregiudizi. Per questo la settima arte rimane l’ultimo e irriducibile moto di resistenza alla ferocia della società contemporanea.

🎬 Valutazione

Regia
★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★★
Emozioni
★★★
🏆 Voto Totale
3.5
★★★⯨