David Bowie torna alla Mostra del Cinema di Venezia attraverso 800 fotografie, dodici canzoni, otto schermi e un ambiente sonoro costruito per trasformare il ricordo in uno spazio fisico.
David Bowie è morto da più di dieci anni, ma continua a essere uno degli artisti meno disponibili a restare fermo dentro un’immagine.
Lo era quando cambiava volto, personaggio, genere musicale e persino modo di occupare il palcoscenico; lo è ancora oggi, quando la sua memoria passa da dischi, film, fotografie e archivi a forme che sembrano cercare continuamente un’altra superficie su cui esistere. Bowie: Unseen | Unheard, presentato in concorso a Venice Immersive, parte proprio da questa impossibilità di tenerlo dentro una cornice: circa 800 fotografie scattate da Denis O’Regan, dodici brani, otto schermi e un sistema di audio spaziale che non accompagna semplicemente le immagini, ma prova a costruire attorno allo spettatore il luogo in cui quelle immagini possono tornare a respirare.
L’esperienza dura appena 25 minuti ed è firmata da Denis O’Regan, Nick Ryan e Joe Crossley, con il contributo del pianista Mike Garson. Un allestimento che conta 84 altoparlanti nascosti, che fa si che il suono non arrivi da un punto preciso, ma si muove, cambia posizione, costruisce distanza.
Denis O’Regan fotografava un Bowie laterale, quando il personaggio smetteva di posare
La storia comincia molto prima della tecnologia immersiva. Denis O’Regan aveva visto Bowie nel 1973 all’Hammersmith Odeon, durante l’ultima apparizione di Ziggy Stardust, e quell’incontro fu abbastanza decisivo da contribuire alla sua scelta di lasciare il lavoro nelle assicurazioni per dedicarsi alla fotografia. Dieci anni dopo si sarebbe ritrovato dall’altra parte del mito, scelto dallo stesso Bowie come fotografo ufficiale del gigantesco Serious Moonlight Tour del 1983.
L’archivio di O’Regan supera oggi le 10.000 immagini e contiene Bowie mentre attraversa il mondo nel momento in cui essere David Bowie era ormai diventato un mestiere globale: lo si vede vicino al Muro di Berlino, in Thailandia, a Singapore, sulle barche, nei momenti di attesa tra una città e l’altra. Non l’uomo contro l’icona, perché Bowie aveva passato la vita a dimostrare quanto fosse inutile cercare un confine così pulito, ma l’artista nei secondi in cui il meccanismo della rappresentazione rallenta.
Joe Crossley distribuisce queste fotografie su otto schermi, mentre Nick Ryan utilizza il sistema spaziale L-ISA di L-Acoustics per dare alla musica e alle voci una posizione fisica. Dentro questo ambiente compare anche il pianoforte di Mike Garson, collaboratore di Bowie fin dai primi anni Settanta e autore di uno degli interventi pianistici più riconoscibili della sua discografia, quello quasi febbrile e dissonante di Aladdin Sane. Garson ha condiviso con Bowie centinaia di concerti e decenni di musica: in un progetto costruito sulla presenza di qualcuno che non c’è più, il suo pianoforte diventa inevitabilmente una memoria che può ancora risuonare.
Da Moonage Daydream a Venezia, David Bowie continua a sfuggire al documentario tradizionale
Unseen | Unheard era già stato mostrato a giugno durante SXSW London, ma l’arrivo alla Mostra di Venezia gli assegna inevitabilmente un’altra posizione. Venice Immersive festeggia nel 2026 dieci anni e da tempo tratta realtà virtuale, installazioni, mondi digitali e mixed reality non come appendici tecnologiche del cinema, ma come luoghi in cui il cinema prova a capire che cosa può diventare una volta liberato dall’obbligo dello schermo rettangolare.
Per Bowie la direzione era già stata indicata da Moonage Daydream.
Nel film di Brett Morgen del 2022 l’archivio ufficiale dell’artista veniva utilizzato non per ricostruire ordinatamente una biografia, ma per produrre una lunga esperienza percettiva: filmati in 35 e 16 millimetri, registrazioni, materiali privati e 48 tracce musicali rielaborate partendo dagli stem originali, con un lavoro sonoro pensato anche per Dolby Atmos e per le sale IMAX. Bowie non veniva spiegato attraverso la successione rassicurante nascita-successo-crisi-rinascita, ma lasciato esplodere attraverso immagini, parole e musica, quasi che il modo meno fedele per raccontarlo fosse proprio metterlo in ordine.
Unseen | Unheard compie un movimento ulteriore: qui è la sala stessa a diventare montaggio.
Le immagini non occupano necessariamente un unico punto, il suono può arrivare alle spalle, di lato, da una distanza che non coincide con quella dello schermo. La fotografia resta immobile ma viene inserita dentro un ambiente che non lo è, e quel frammento congelato di quarant’anni fa acquista qualcosa che una fotografia, per definizione, non possiede: una durata che cambia a seconda di dove ci si trova.
David Bowie aveva già provato a trasformare il pubblico da spettatore ad abitante
Nel 1998, quando per gran parte dell’industria musicale Internet era ancora un territorio da osservare con curiosità e crescente sospetto, Bowie lanciò BowieNet: un vero Internet Service Provider che offriva agli iscritti indirizzi email davidbowie.com, chat, spazio per creare pagine personali, contenuti esclusivi e successivamente persino BowieWorld, un ambiente tridimensionale popolato da avatar.
Sperimentò webcast dagli studi di registrazione, sistemi panoramici a 360 gradi sviluppati con tecnologie dei Bell Labs e forme di partecipazione diretta del pubblico. Nel 1999 registrò What’s Really Happening? durante una sessione trasmessa online dopo aver aperto agli utenti un concorso per contribuire al testo.
Molto prima che parole come metaverso, creator economy e community diventassero il lessico inevitabile di qualsiasi presentazione aziendale, Bowie aveva già intuito qualcosa di più semplice: la rete non serviva soltanto a distribuire un’opera, poteva cambiare il posto occupato da chi la riceveva.
Era la stessa curiosità che lo aveva portato per tutta la vita a considerare ogni formato provvisorio. Disco, concerto, videoclip, personaggio, sito Internet, performance, film: Bowie sembrava interessato soprattutto al momento in cui un linguaggio smetteva di essere sufficiente e bisognava cercarne un altro.
Oggi Unseen | Unheard non prova a far pronunciare a Bowie parole mai dette, non ricostruisce il suo volto per inventare una nuova performance, non trasforma la morte nella premessa tecnica per produrre altro materiale. Utilizza fotografie realmente scattate, musica realmente registrata, testimonianze di persone realmente passate attraverso quella storia, scompaginando il modo in cui vengono messe in relazione.
David Bowie ha trascorso buona parte della propria carriera cambiando pelle prima che il pubblico riuscisse a decidere quale fosse quella definitiva e Unseen | Unheard ci impedisce ancora una volta di inquadrarlo, mentre le sue immagini e la sua musica tornano a circondarci.