A Venezia arriva l’attesissimo Primetime, esordio al cinema di Lance Oppenheim e con protagonista l’ormai inarrestabile Robert Pattinson.
Inutile dire che l’attesa era ai massimi, sia per il film (l’ennesimo prodotto confezionato a tavolino dall’A24, lanciatissima tra le nuove generazioni di cinefili), sia per la presenza della star del momento, Robert Pattinson (l’attore è la star del momento e compare già in The Drama, nell’Odissea ed è pronto a tornare sul grande schermo con il terzo capitolo della saga di Dune).
Le aspettative dietro Primetime
A questo contesto va aggiunto che il film tratta un argomento che, già dall’uscita del trailer, aveva scatenato grandi aspettative, sia commerciali (ricordiamo che l’ultima collaborazione tra Pattinson e A24, The Drama, ha registrato uno dei maggiori incassi della casa di distribuzione statunitense) sia in termini qualitativi.
Primetime (letteralmente prima serata), ci riporta nei primi anni del 2000, anni in cui spopolava uno dei programmi più celebri negli Stati Uniti: To Catch a Predator. Un format investigativo in cui, grazie ad attente operazioni sotto copertura, veniva rivelata l’identità dei pedofili che adescavano i minori su Internet.
Il problema di A24
Già dalla prime scena il film presenta una ricerca stilistica che non può che far pensare ai film dell’A24. Se la casa di produzione in questione nasce a sostegno del cinema indie, la sensazione, confermata dal film in questione, è che ormai il suo stile si sia trasformato in un’estetica costruita su misura, che cozza inesorabilmente con l’intento di professarsi come “cinema sperimentale”. Come fa un film a essere libero, indipendente, ed originale se è costretto ad uniformarsi ai diktat della casa di produzione in questione?
Soprattutto se, come avviene nel caso di quest’ultimo film, questa ricerca espressiva non ha alcuna utilità allo sviluppo narrativo. Un caos visivo che rovina uno dei potenziali temi del film di Lance Oppenheim. Il discorso meta testuale, che avrebbe intrecciato la differenza tra i due mezzi di comunicazione visiva per eccellenza come il cinema e la televisione, era servito su un piatto d’argento.
Il problema di Primetime però è che le occasioni sprecate sono tante, non solo quella da me appena citata.

Un film “conservatore”
La sensazione è quella di trovarsi di fronte ad un’opera conservatrice, incapace di andare in fondo ai temi trattati, che abbraccia una morale spicciola di cui nessuno sentiva il bisogno, lasciando da parte quel coraggio, quella capacità di interrogare la società e la politica, che ci saremmo aspettati da un film del genere.
Chi sono i pedofili in questione? Cosa li porta ad essere dei pedofili? Qual è il pubblico di questo programma, o più in generale, perché il pubblico è attratto da questa “pornografia” della violenza? Fino a che punto si spinge la morale di chi crea spettacolo?
Questi sono alcuni temi sollevati da Primetime ma che, per ignavia o per incapacità, finiscono per essere tralasciati o, peggio ancora, vengono trattati solo superficialmente.
Primetime è un film che tradisce completamente le premesse, diventando un’opera compiaciuta: incapace di emozionare, di spiazzare e di mettere in discussione lo spettatore.
Il risultato finale è insufficiente.