Serpenti

Serpenti, avvocati e poliziotti

Serpenti non solo conferma ufficialmente il suo regista, ma afferma che una nuova e vecchia comicità nera e sociale sia ancora possibile da fare in Italia.

Il 12 settembre si è ufficialmente conclusa l’83esima Mostra internazionale d’arte Cinematografica di Venezia sotto la rivedibile direzione di Alberto Barbera, rivestito di questo ruolo dal lontano 2011. Tra polemiche su sceneggiature, critiche rispetto ai premi assegnati e discorsi di multimilionari contro il capitalismo e sui costi alti del Lido, il Festival si è rivelato sorprendentemente interessante… e classista, ma non è una novità.

Detto questo, sicuramente non possiamo lamentarci dei film italiani. Fuori concorso: Dio ride, Nessun dolore, Nino, Joie de Vivre, Scherzetto di Mario Martone. Orizzonti: La città dei vivi, I figli della scimmia, Una storia di Anna Foglietta. In concorso: Succederà questa notte, Ritorno a Buenos Aires, Il fuoco che ti porti dentro, The Echo Chamber, L’estranea di Paolo Strippoli. E, per Venice Spotlight, Serpenti.

Serpenti

Serpenti nasce circa dieci anni fa, o poco più. Il periodo di disillusione di Damiano e Fabio D’Innocenzo verso la società ed il cinema italiano li rende un turbine di sceneggiature e, tra questa, c’è proprio Serpenti. Presentato in anteprima al Festival di Venezia, il film diretto da Roberto De Paolis è presente in non troppe sale italiane – purtroppo – dal 10 settembre.

L’esacerbato protagonista Paolo Marra – Leonardo Lidi – ha ucciso sua moglie. Dilaniato dai sensi di colpa e volenteroso di poter fare la cosa più o meno giusta, decide di andare a costituirsi alla polizia. Il suo giro di peripezie lo porta da un poliziotto alquanto particolare – un grandissimo Alessandro Borghi – un ambizioso avvocato – Pietro Castellitto da David di Donatello – una misteriosa cartomante – il solito personaggio della solita Valeria Golino.

Ho solo fatto a pezzi mia moglie

La premessa è una di quelle da high concept, unica, geniale, originale e semplice. Un uomo ha ucciso sua moglie, va a costituirsi e nessuno sembra capire la gravità della situazione, eccetto l’uomo stesso. Nulla più, nulla meno. Quello che si dipana come un film più o meno ad episodi e che concettualmente fa dell’escursus la sua arma più affilata, non è niente più che un piccolo vezzo affilato.

La struttura frammentata ma coesa del film lo rende quasi un road movie, con delle tappe incalcolabili ma sicure. Quanti di noi abbiamo avuto a che fare con un poliziotto come quello che fa Borghi? Il passaggio da una persona retta ad una moralmente labile tende a gonfiare una storia già di per sè paradossale, e l’avvocato che Castellitto interpreta è sempre giusto e sempre sbagliato, proprio come ogni cosa del nostro beneamato paese.

Serpenti

La situazione è grave, ma non è seria

La situazione politica in Italia è grave… ma non è seria. Con questa citazione di Ennio Flaiano si apre il rocambolesco film di De Paolis e dei D’Innocenzo – la cui paternità è riconoscibile dal primo momento. I momenti subito dopo sono tutto fuorché rocamboleschi, ma questa tenaglia sopra la testa, Serpenti ci ingabbia consapevolemente e non in un limbo affascinante ma scontato.

Sì, scontato. Scontato non vuol dire stupido, banale, o sbagliato. In Italia ci siamo dimenticati del nostro modo di fare le cose, se non per criticarlo. Serpenti ribalta l’aspettativa di un’epopea con un semplice studio di un gruppo di personaggi al limite tra l’assurdità e la concretezza reale delle cose. Il velo che nasconde le crepe – immagine che apre il film – rimane saldo perché nulla è davvero serio. E qualcosa di grave è comunque meglio di qualcosa di pesante.

Che situazione kafkiana

Questo conciso trattato che sembra non voler quasi mai riprender fiato è il buco nero che risucchia le straordinarietà tipicamente italiane. Dal primo istante, Serpenti è una pellicola associata a Franz Kafka. E’ un racconto stanco, esasperato, frustrato e frustrante, e già visto. Ma volontariamente. Serpenti è uno di quei film con una coscienza così profondamente umana che tende ad inghottire ogni tentativo deumanizzante che compie.

L’ineluttibilità giuridica de Il processo è già stata superata, e si è innocenti fino a prova contraria in qualsiasi procedimento, figurarsi un femminicidio. L’insensibilità burocratica de Il castello diventa alienazione completa in una scala gerarchica dove non esiste vertice supremo, o almeno, non visibile. L’attivazione passiva de La metamorfosi non si compie nei riguardi del suo protagonista, ma sul resto dei membri di questa rispettabile società

🎬 Valutazione

Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
4
★★★★★