L’ultimo lavoro dell’attore e regista statunitense James Franco, lo spettacolo teatrale Desert Films, è approdato in Italia. Noi lo abbiamo visto per voi.
“Sono partito da un piccolo teatro della California. Ho avuto l’idea. Ho cominciato a sognare ad occhi aperti”. Così James Franco inizia a raccontare del suo ultimo lavoro (di cui è autore oltre che interprete): Desert films, in co-produzione col Teatro Bellini di Napoli, dove ha debuttato lo scorso 15 settembre. Approdato poi a Roma (presso il Teatro Ambra Jovinelli) e stasera in scena al Teatro della Pergola di Firenze, per poi concludere il suo mini tour presso il Teatro Menotti di Milano.
L’incontro con James Franco a Roma
L’attore, durante un incontro a porte chiuse per pochi attori ed addetti del settore presso Studio Cinema di Roma, ha raccontato e si è raccontato, rispondendo alle domande degli astanti e dedicandogli uno dei suoi sorrisi magici. Quel sorriso che lo ha reso una star del grande schermo sin da quando, giovanissimo, vestiva i panni di James Dean.
Al centro del suo raccontarsi c’è questo ultimo lavoro, la sua pièce, un atto unico di 50 minuti in cui l’artista è co-adiuvato dal partner di scena, il giovane attore Blaine Kern III; accompagnati dalla cantante Elli Papadiamanti e dal pianista Konstantino Diminakis.
Si tratta di un’opera che unisce audiovisivo e teatro puro, una performance che -come scrivono i giornali- “sfuma intenzionalmente il confine tra cinema e teatro, realtà e finzione, creando un’esperienza intima e perturbante (…) quasi come se una scena cinematografica prendesse vita sul palcoscenico.”
James Franco interpreta qui Robert Blake, un attore realmente esistito al quale dedica un lavoro interpretativo molto particolare:
Spiega Franco:
Questa non vuole essere una interpretazione di Robert Blake, quanto piuttosto il racconto di un arco emotivo. Per me non è importante tanto l’outside, ovvero avere i capelli in un certo modo o l’accento giusto nel parlare, quanto piuttosto l’introspezione.
Desert Films, lo spettacolo di James Franco
Due uomini. Due attori. Una storia nota alla stampa e una, invece, ancora da raccontare.
Il setting: un palcoscenico quasi vuoto, ad eccezione di un tavolo e due sedie, illuminate da un fascio di luce. Questo allestimento minimale diventa, per noi che guardiamo, la stanza nascosta di un uomo.
Robert Blake (pseudonimo di Michael James Gubitosi) è stato un attore statunitense piuttosto noto; di origini italiane, famoso soprattutto per aver interpretato il detective Tony Baretta nell’omonima serie tv, in onda negli anni Settanta.
Noto, suo malgrado, più che per le proprie interpretazioni cine-televisive, per i fatti di cronaca ad esso connessi, culminati con la morte di sua moglie, Bonny Lee Bakley, uccisa in un parcheggio di Los Angeles nel 2001. Un delitto per il quale Blake era stato processato con l’accusa di omicidio, prima di essere successivamente assolto: assoluzione che purtroppo non salvò la propria carriera, poiché lo star system lo aveva già messo da parte. Qualcosa a cui l’attore, presumibilmente, non riuscì mai a rassegnarsi.
Eppure, Robert Blake non ebbe mai una vera occasione di raccontarsi. Al giorno d’oggi, è molto più facile accendere una webcam e raccontare al mondo la propria verità. E se fosse possibile, oggi, per Robert Blake, confessare e confessarsi, finalmente?

Questa è la premessa del testo scritto da James Franco, Desert Films, performance dal vivo in lingua inglese diretta da Peter Gold.
Si apre il sipario. Anzi, no: il sipario è già aperto. Uno schermo proietta immagini ed ombre. Una cantante canta accompagnata da un pianoforte. Motore, partito… azione. Ecco che entriamo in quella stanza nascosta, e con essa entriamo nell’intimità di un uomo che ha perso tutto, e che pure cerca di ricostruire nella sua mente i fatti, raccogliere i frammenti di sé stesso e dargli un senso, come una volta avveniva tagliando e ricucendo le vecchie pellicole.
Immagini del passato che Robert insegue, che cerca di riordinare per dargli semplicemente un ordine – cosa è accaduto davvero? Qual è il prima e il dopo? – o magari, semplicemente, per comprendere, pretendendo però di far comprendere all’altro, il giovane (e anonimo) attore che gli è davanti.
Desert Films, la versione di Robert Blake
E come fare a spiegarsi? Attraverso, ovviamente, l’unico linguaggio che gli è consono, che comprende, e che conosce bene: il linguaggio del cinema. Quello di uno script buttato giù come un canovaccio, quello di una piccola telecamera che riprende quasi sempre in POV.
E un volto, il proprio, che diviene una maschera, l’icona di un (o forse molti) personaggio interpretato, quello la cui “pelle” decide di vestire per una notte per “tornare dall’oltretomba” e fare quello che gli spiriti inquieti si dice facciano dopo la morte: vendicarsi per l’accaduto. Vendicarsi per non essere stato creduto. Vendicarsi per una maschera che gli è stata affibbiata e che non lo rappresenta.
E per quella fama che gli è stata strappata. Ma, senza fraintesi: Robert Blake non è un attore sul “viale del tramonto”, ma piuttosto uno che su quel viale ci è stato buttato, che è stato costretto a percorrerlo a causa di una serie di sfortunati eventi, che lo hanno infine portato alla condanna. La condanna giuridica, e anche il biasimo di tutti. Per un crime che, seppure forse desiderato, di fatto non ebbe mai effettivamente compiuto.
Eppure oggi, su questo palco, quel crimine Robert lo cerca, in qualche modo lo compie, quasi fosse una catarsi di ciò che avrebbe voluto fare, o piuttosto un modo di andare oltre. Perché Blake non ha più la voce per parlare, pur avendo moltissimo da dire. Ma il suo volto… quello non va bene, perché non è più credibile. Quella fama che lo rendeva attraente ai più lo bolla ora come un bugiardo, un assassino, una sorta di Cassandra senza redenzione.
Ci ha “rimesso la faccia”, e letteralmente ha bisogno di un nuovo volto che possa “indossare” le proprie parole, che vesta l’identità della sua presunta vittima, che dia vita al proprio copione, un copione che racconta una storia: la sua.
La storia di un attore senza più battute da leggere, ma anche quella -forse più banale, se vogliamo- di un uomo ingannato da una donna, con la quale rimane coinvolto (non “sposato”, questo lo sottolinea lui stesso), imprigionato quasi, e che – tanto per stringere ancor più le “catene”- gli dà un figlio… una figlia, in realtà.
Ma, anche in questa seconda vita che riguarda l’uomo “comune” e non l’artista, Blake risulta comunque “spezzato”, non compiuto: marito senza amore né “titolo”, padre senza veramente riuscire ad esserlo.
Questo abito gli va stretto, e non è questo che vuole indossare, non è questa la sua storia né tantomeno quella che vuole raccontare… eppure, è costretto a farci i conti. Questa donna, questa famiglia obbligata, per così dire, è in fin dei conti l’ultima “conseguenza” di quella serie di eventi di cui sopra, e delle proprie (probabilmente poco ponderate) azioni.
Tuttavia, sebbene non lungimirante nell’agire, Robert Blake rimane un visionario, come tutti i veri artisti. E la sua visione merita di essere portata in scena. Il suo silenzio mediatico non può durare, lui DEVE parlare. Lui ha bisogno, un bisogno fisico, patologico anche, che la sua vicenda non rimanga relegata ad un trafiletto di cronaca nera, ma divenga di più: una vera e propria drammaturgia in tre atti di quegli ultimi, fatali, momenti.
Come attuare questo grande piano, questa messa in scena? Con un rapimento improbabile ed una sorta di inquietante lezione di recitazione ad un giovane attore che è abbastanza bello da essere guardato; e ciò fa di lui, suo malgrado, il mezzo ideale per Blake per essere finalmente VISTO, ascoltato.
Le parole di James Franco
James Franco, parlando della propria interpretazione del personaggio principale di Desert Films, spiega:
Robert Blake è talmente pazzo da essere quasi divertente, che poi è esattamente il tipo di cosa che amo io: quel determinato disastro che è sì intenso… ma, al contempo, proprio per questo è divertente. Robert Blake rapisce un attore per fargli fare un film, insieme a lui. Eppure, la situazione appare da subito ridicola, perché l’attore indossa una parrucca improbabile e ha il volto intero cosparso di rossetto.
Dunque, precisa Franco, sono due le storie rappresentate, qui: quella vera, e quella che ascoltiamo dal filtro della mente di Robert Blake, filtrata dalla lente di una macchina da presa improvvisata in quello che potrebbe essere il sottoscala di un appartamento talmente mal messo da sembrare, già di per sé e senza sforzo immaginativo, la casa di un film horror.
Perché è una storia horror, quella che si racconta qui. Resa tale non dall’omicidio, che ne è solo l’ “incidente scatenante”, ma dal villain che nasce, quella notte e in quel parcheggio, e che possiede corpo e mente di Blake.
Una faccia dipinta di bianco che racconta, finalmente, qual è l’altra faccia… l’altro lato, quello nascosto, di una storia fin troppo nota.