Nel film Ecco l’impero dei sensi il corpo, il desiderio e la censura diventano strumenti di una battaglia mai conclusa contro il conformismo.
Ci sono film che, a distanza di 50 anni, riescono ancora a mettere in imbarazzo la società. Ecco l‘impero dei sensi (1976), diretto da Nagisa Oshima, è senza dubbio tra questi. La sua forza provocatoria risiede nella capacità di smascherare l’ambiguo rapporto tra individuo, potere e morale.
Ecco l’impero dei sensi, per la prima volta in Italia il film in versione integrale 4K
La vicenda di Sada Abe (Eiko Matsuda) e Kichizo Ishida (Tatsuya Fuji), consumatasi in una spirale di passione, ossessione e autodistruzione, è più di un racconto erotico. E’ un’esplorazione radicale ai limiti dell’esperienza umana, in cui il desiderio smette di essere una componente privata dell’esistenza e si trasforma in una forza capace di mettere in discussione ogni convenzione. Dal 9 novembre il film potrà essere per la prima volta ammirato nei cinema italiani, nella versione integrale restaurata in 4K.
Le reazione istituzionale negli Anni Settanta
Cinquanta anni fa, all’uscita di Ecco l’impero dei sensi, le istituzioni reagirono in modo emblematico. Censure, controversie giudiziarie e scandali dimostrarono quanto fosse fragile la proclamata tolleranza delle società moderne. Il problema? Qualcuno aveva osato sottrarre il corpo alla rassicurante amministrazione della morale pubblica. Ecco l’impero dei sensi è un film profondamente politico. Lo Stato pretende di tutelare la libertà individuale, stabilendo però quali siano le forme di libertà accettabili. La censura, quindi, diventa una tecnologia del conformismo, un confine mobile attraverso cui il potere distingue ciò che può essere pensato, rappresentato e desiderato.
Il sesso come atto politico
Una comunità nazionale realmente vitale non dovrebbe avere bisogno di cittadini psicologicamente addomesticati, né di un’autorità morale pronta a pontificare su ogni dimensione dell’esistenza. La sovranità collettiva, quando si fonda sulla sistematica negazione della sovranità personale, perde significato. Difendere la cultura non significa imbalsamarla; significa permetterle un confronto con ciò che disturba. Il film di Oshima non trasforma l’autodistruzione in un ideale. Mostra piuttosto il lato estremo della passione, quando questa divora ogni orizzonte umano. Ecco l’impero dei sensi pone una domanda scomoda: quanto siamo davvero liberi, se la rappresentazione del desiderio provoca l’intervento della censura?
Sintomi della decadenza moderna
Una civiltà identitaria non teme il dissenso, non condanna la trasgressione artistica, non fugge dal confronto con i suoi tabù. Le civiltà fragili, invece, confondono continuamente l’ordine con l’obbedienza, e la cultura con il controllo. Il vero scandalo non è mai stato il film; a fare scandalo dovrebbero essere il potere, e la sua necessità di porre paletti alla libertà dell’individuo.