Peter Weir premiato a Sydney: l’occhio registico del ciclone

Peter Weir premiato a Sydney: l’occhio registico del ciclone

Peter Weir riceve il primo AFTRS Lifetime Achievement Award al Sydney Film Festival: riconoscimento a un cinema capace di dare forma al mistero senza consumarlo

Il Sydney Film Festival, arrivato alla sua settantatreesima edizione e in programma dal 3 al 14 giugno, ha accolto Peter Weir nella parte conclusiva della manifestazione, quando il festival comincia già a somigliare a un bilancio: non solo una sequenza di anteprime, red carpet e incontri, ma il punto in cui il cinema guarda se stesso e decide quali storie trattenere.

Peter Weir, regista di Picnic at Hanging Rock, Gallipoli, L’attimo fuggente e The Truman Show, ha ricevuto il primo Lifetime Achievement Award dell’Australian Film Television and Radio School: a dare al riconoscimento un peso non soltanto celebrativo è stata Rachel Perkins, presidente del consiglio AFTRS, che ha definito Weir “il più grande filmmaker prodotto da questo Paese”.

L’Oscar onorario era arrivato nel 2022, il Leone d’oro alla carriera a Venezia nel 2024. Sydney, però, compie un gesto più intimo: restituisce Peter Weir alla storia culturale da cui il suo cinema ha preso forma.

Un atlante sentimentale del cinema di Peter Weir

Dettagli laterali solo in apparenza, messi insieme hanno composto il ritratto di un autore che ha attraversato generi, Paesi e sistemi industriali senza perdere il rapporto più fragile con il proprio materiale: l’ascolto, le intuizioni, gli incontri, gli scarti improvvisi, le immagini rimaste a lavorare nella memoria.

Il regista ha ricordato il rischio preso affidando a Linda Hunt un ruolo maschile in The Year of Living Dangerously, scelta che dice molto del suo rapporto con la forma: non provocazione gratuita, ma fiducia nel potere del cinema di spostare la percezione dello spettatore.

Ha poi raccontato l’incontro con Robin Williams su una spiaggia di Sydney, un anno prima di Dead Poets Society: un caffè improvvisato, una frase detta quasi senza peso: “Quanto sarebbe bello fare qualcosa insieme” e, a distanza di tempo, il senso di una coincidenza che aspettava solo di diventare cinema. È un aneddoto leggero, che però illumina il modo in cui Weir ha sempre abitato il suo mestiere: non come una macchina da programmare, ma come un campo di corrispondenze da riconoscere quando iniziano a prendere forma, da ascoltare finché non diventano inevitabili.

Il cinema dei mondi ordinati e segretamente incrinati

Durante la serata, Weir ha ricordato anche di aver inizialmente rifiutato The Truman Show, salvo poi tornare sui suoi passi poichè non riusciva a smettere di pensarci. Il film scritto da Andrew Niccol aveva una potenza concettuale enorme: un uomo che vive inconsapevolmente dentro uno spettacolo permanente. Nonostante oggi la realtà abbia già attraversato e superato molte delle intuizioni del film, The Truman Show continua a risplendere di attualità perché racconta una prigionia più sottile: quella che non ha bisogno di sbarre, perché prende la forma rassicurante dell’abitudine, del comfort, della normalità.

Qualcosa di simile accade in Dead Poets Society (L’attimo fuggente). Il film ha attraversato l’immaginario collettivo attraverso il volto di Robin Williams e la formula del “carpe diem”, ma la sua tenuta profonda sta altrove: nel modo in cui Weir mette in scena una scuola che promette formazione e produce obbedienza, un’idea di ordine che confonde disciplina e cancellazione della voce.

La libertà, nel suo cinema, non arriva mai come slogan: arriva come frattura, come gesto esposto, come rischio personale. Nel suo discorso, il regista ha parlato del cinema come processo “mercuriale, incontrollabile, inconoscibile”: tre parole che sembrano descrivere l’occhio del ciclone della sua regia, centro instabile dell’intuizione, capace di entrare nel caos senza ridurlo a spiegazione.

Weir ha fatto film capaci di parlare a tutti senza diventare prevedibili, film attraversati da domande profonde senza chiuderle in una tesi, film spirituali senza mai trasformarsi in predica. Il premio alla carriera celebra un grande autore e, insieme, richiama un’idea di cinema oramai rara: quella capace di dare forma al mistero senza consumarlo, di illuminarlo per un attimo e lasciarlo continuare dentro chi guarda.