Werner Herzog a San Sebastián: l’AI minaccia pensiero e sogni, mentre Hollywood abbonda di effetti ma soffre ancora la fame di storie.
Hollywood cerca buone storie, dice Werner Herzog, e intanto dispone di strumenti sempre più potenti: test screening, dati sul pubblico, franchise, algoritmi di raccomandazione e modelli capaci di riconoscere ciò che ha già funzionato.
Premiato a San Sebastián, Herzog parla da una posizione ormai rara nell’industria: quella di chi considera l’imprevedibilità non un difetto da correggere, ma una condizione stessa del raccontare. Intanto a Hollywood riconosce un deficit di buoni soggetti: se una storia deve sorprenderci, quanto possiamo pretendere di sapere in anticipo come funzionerà?
“Fate in modo di non consegnare il vostro pensiero, i vostri sogni a qualche algoritmo”. Werner Herzog
Werner Herzog e l’AI: chi decide quali storie raccontare?
Il punto sollevato da Herzog riguarda il momento in cui qualcuno deve ancora immaginare una possibilità, prima che esistano immagini da produrre o scene da perfezionare. Gli algoritmi possono offrire suggerimenti, riconoscere ricorrenze, moltiplicare le alternative. Quando però quelle ricorrenze diventano un criterio per giudicare ciò che vale la pena tentare, si prende ciò che ha funzionato ieri e lo si trasforma nel criterio con cui decidere ciò che potrà funzionare domani.
Il nuovo film di Herzog offre un esempio concreto. In Bucking Fastard, Kate e Rooney Mara interpretano due sorelle unite fino a mettere in dubbio l’idea stessa di un’identità individuale; insieme scavano un tunnel attraverso una montagna. La domanda più ovvia è che cosa ci sia di sbagliato in loro. Herzog ne pone un’altra: da quale punto di vista abbiamo deciso che siano loro quelle anormali?
È lo stesso rovesciamento con cui legge Kaspar Hauser. L’uomo che non conosce le convenzioni sociali, ai suoi occhi, non è necessariamente l’estraneo da spiegare: può essere il punto da cui le convenzioni degli altri appaiono bizzarre.
Per questo Herzog considera le idee astratte nemiche del cinema quando pretendono di governare la storia dall’inizio. Le due sorelle non servono a illustrare una tesi sull’anormalità; è la loro storia a costringerci a rivedere ciò che consideravamo normale.
“La logica della storia assomiglia piuttosto alla logica delle poesie o dei sogni. Eppure ne emerge una visione del mondo chiara”. Werner Herzog
Bucking Fastard e il pubblico impossibile da prevedere
Bucking Fastard nasce da materiale che difficilmente sarebbe uscito da una riunione di sviluppo: la storia reale delle gemelle britanniche Freda e Greta Chaplin, diventate famose negli anni Ottanta per il rapporto ossessivo con lo stesso uomo. Persino il titolo deriva, secondo il racconto legato al caso, da un lapsus pronunciato dalle due contemporaneamente in tribunale: invece di “fucking bastard”, avrebbero detto entrambe “bucking fastard”.
Ma una buona storia, per Herzog, smette di appartenere completamente all’autore appena incontra il pubblico. A settembre Bucking Fastard è passato alla Mostra di Venezia, poi a San Sebastián, ricevendo reazioni differenti; durante Venezia è stato mostrato anche in un istituto penitenziario, dove, racconta Herzog, il film ha prodotto una lettura ancora diversa.
Per Herzog non esiste dunque una versione definitiva nemmeno del pubblico. Un festival internazionale, un carcere e forse uno spettatore del 2066 possono vedere lo stesso film senza vedere lo stesso oggetto, perché una storia cambia anche in relazione a chi la incontra. È il margine che nessun autore può scrivere in sceneggiatura e nessuna ricerca di mercato può chiudere in anticipo: un film continua a produrre significati proprio quando esce dal controllo da chi lo ha realizzato.
“Tra trenta o quarant’anni il pubblico sarà cambiato e saranno cambiate le abitudini visive. Probabilmente vedrete allora un’interpretazione tutta particolare”. Werner Herzog