La recensione di Se domani non torno, di Paola Randi, tratto dalla storia di Giulia Cecchettin e presentato alla Festa del Cinema 2026.
Il film, ispirato al libro del padre della vittima, Gino Cecchettin, intitolato Cara Giulia, Quello che ho imparato da mia figlia è diretto da Paola Randi, che ne ha curato la sceneggiatura insieme a Lisa Nur Sultan. Nel cast figurano Filippo Timi, Tecla Bossi, Tommaso Allione e Sabrina Martina.
Se domani non torno, la trama
L’11 novembre 2023, Giulia Cecchettin scompare a pochi giorni dalla sua laurea. Il film ripercorre la vicenda attraverso il punto di vista della sua famiglia, composta dal padre Gino, dal fratello Davide e dalla sorella Elena, raccontando i giorni delle ricerche, l’ansia, la paura e il triste epilogo che tutti conosciamo.
Se domani non torno, la recensione
Il panorama cinematografico italiano si sta purtroppo riempiendo di opere che raccontano storie di femminicidio, un riflesso diretto di una piaga sociale ancora attuale. Non sempre queste produzioni si dimostrano all’altezza delle storie che intendono portare sullo schermo: spesso si spettacolarizza il dolore, perdendo di vista il vero focus del racconto e il messaggio civile che dovrebbe spingere a realizzare un film su questo tema.
Con Se domani non torno, Paola Randi compie invece un lavoro egregio. La storia che coinvolge Giulia Cecchettin non viene trattata come un resoconto macabro degli atti violenti subiti per mano del suo ex fidanzato, bensì come una storia corale, narrata con estremo tatto, eleganza e dignità. Ne emerge il ritratto intimo di una famiglia che affronta prima la scomparsa, poi la ricerca intensa e infine il ritrovamento del corpo.
Ma Paola Randi, insieme a Lisa Nur Sultan, non intende limitarsi a questo: aggiunge infatti tutta la fase di attivismo e presa di coscienza che derivano da questo grande dolore e di cui la famiglia Cecchettin si è fatta e, tutt’ora, si fa carico.
Particolarmente incisiva è la figura di Elena, la sorella maggiore, che emerge fin dai primi giorni come la voce più lucida della famiglia che, con le sue numerose dichiarazioni ai media e sui social, si fa portavoce di un messaggio forte e diretto. È infatti lei a dichiarare che alla base della tragedia che la sua famiglia sta vivendo, c’è un problema sistemico della società.

Storia di un’assenza
Una delle scelte narrative più mature ed efficaci del film è sicuramente la decisione di non nominare mai, né mostrare, il carnefice. Così come nel libro di Gino Cecchettin da cui è tratto il film, l’intento era raccontare l’assenza di Giulia e ciò che questa ha portato, e non colpevolizzare l’assassino. In tutto il racconto ci si riferisce al carnefice di questa storia semplicemente come “lui”: non ha un nome proprio, anche se tutti sappiamo di chi si tratta.
In questo modo, l’assassino smette di essere un singolo individuo e diventa una vera e propria sineddoche: può rappresentare tutti gli uomini che hanno commesso un femminicidio. Può rappresentare una collettività. “Lui” è l’archetipo del “figlio sano del patriarcato”, una figura astratta si fa concreta attraverso la sua assenza, che pesa anche più della sua presenza.
Il messaggio è che, nei casi di femminicidio, non esiste mai un singolo colpevole, ma secoli di colpevolezza collettiva all’interno di una società che ignora le problematiche legate all’affettività, al possesso e all’emancipazione della donna.
Paola Randi: le scelte visive, sonore e le interpretazioni
Dal punto di vista tecnico e registico, la pellicola regala intuizioni visive di grande impatto. Un esempio significativo è rappresentato dalla scelta di mostrare la nebbia della Pianura Padana che entra letteralmente all’interno della casa nel momento in cui ai familiari viene chiesto di ricordare le ore precedenti alla scomparsa: la nebbia rappresenta lo smarrimento e di una mente che cerca affannosamente di ricostruire i ricordi.
Il comparto sonoro si adatta perfettamente agli stati d’animo della vicenda, passando da sonorità tese e angoscianti a ritmi più incalzanti che accompagnano il sentimento di rivalsa e di rivolta della famiglia (e non solo).
In specifici momenti si alternano, alle scene di finzione, frammenti di riprese delle manifestazioni del 2023 e del 2024: immagini di piazze gremite, striscioni e il suono simbolico delle chiavi di milioni di persone scese in strada per Giulia e per tutte le donne vittime di femminicidio.
Sul fronte del cast, se la bravura di Filippo Timi ci è ormai nota, il film permette di apprezzare appieno il talento degli altri giovani interpreti: Tommaso Allione nel ruolo di Davide, Sabrina Martina interprete di Giulia e, soprattutto, una straordinaria Tecla Bossi nel ruolo di Elena. L’attrice riesce a restituire la determinazione e la profonda emotività del suo personaggio con enorme sensibilità e rispetto.
Di fronte a un perpetuo ricompiersi di atti di femminicidio e alla lentezza delle istituzioni nell’agire a tal proposito, l’unica strada percorribile rimane quella tracciata dalla famiglia Cecchettin: mettersi in discussione, riconoscere le zone d’ombra di una cultura patriarcale e impegnarsi nella rieducazione collettiva. Come scriveva Michela Murgia nel nel suo libro Stai zitta (2021):
“Non si può cambiare la realtà da un giorno all’altro, ma nessuna realtà comincerà mai a cambiare se la necessità del cambiamento non diventa evidente a tutti. Finché le donne non potranno esserci per contare, è essenziale che continuino a contare per esserci.”
Se domani non torno di Paola Randi uscirà nelle sale italiane il 5 novembre 2026, distribuito da Notorious Pictures. Ecco il trailer: