Tim Burton è uno dei registi più riconoscibili ed unici che Hollywood abbia mai visto, ma il suo stile è direttamente derivativo dai suoi cortometraggi.
Se pensassimo ai giorni nostri al concetto di fiaba, a cosa assoceremmo questa parola? Probabilmente non c’è un vero e proprio mezzo contemporaneo che definisce pienamente il concetto, nè tantomeno ci sono autori che al momento rientrano in tale categoria cinematografica. Matteo Garrone è uno dei pochi.
E nonostante ai giorni nostri non ci sia più un autoriato simile a quello europeo degli anni ’70 e ’80, grandi cineasti sono riusciti a mantenere la propria linea di pensiero, evolvendo nel corso degli anni, pur rimanendo sempre uguali, dal primo cortometraggio all’ultimo film. Uno di questi è sicuramente Tim Burton.
Tim Burton
Classe 1958. California. Proprio accanto agli studi della Disney, vicino alle colline di Hollywood, nasce e cresce il piccolo Tim Burton in un mondo di cinema formato dall’animazione fiabesca, mostruose creature incomprese, il cinema italiano di Federico Fellini e Mario Bava e i racconti dell’orrore.
Dopo un primo periodo di studi universitari, Burton viene assunto come animatori, ma riesce a lavorare solamente ad un unico film. Le sue velleità artistiche lo portano subito a distanziarsi dai canoni standardizzati dell’industria, riuscendo già dai primi cortometraggi a costruirsi un mondo tutto suo, senza regole precise ma con stilemi inflessibili.

Vincent
Nel 1982, Tim Burton ha 25 anni e finalmente realizza il suo primo lavoro. Vincent è un cortometraggio d’animazione stop-motion, prodotto dalla Disney e che segna il debutto cinematografico di un giovane aspirante cineasta e l’introduzione artistica ad una delle cifre stilistiche più uniche e riconosciute nel cinema hollywoodiano.
Su un bianco e nero stupendo, un ragazzino di nome Vincent finge di essere il celebre attore Vincent Price – idolo di Burton – facendo esperimenti sul proprio cane morto e ossessionandosi con i racconti di Edgar Allan Poe. Sei minuti della classica magia fiabesca gotica del suo autore, che si diverte e che porta sul tavolo un lavoro degno dei migliori espressionisti anni ’20.
Frankenweenie
A proposito di cani morti, due anni più tardi Tim Burton realizza il suo secondo cortometraggio, questa volta non d’animazione e la cui durata arriva a circa mezz’ora. Sempre prodotto dalla Disney, fu licenziato appena terminate le riprese perchè accusato di essere uno spreco di soldi e risorse. Prima del Frankenweenie del 2012, c’è stato questo corto.
Quando Sparky, cane di Victor Frankenstein, viene ucciso da una macchina, il bambino prova a riportarlo in vita. La quotidianità ordinaria della tradizionale famiglia americana suburbana viene stravolta. Il creatore non si pente della sua creatura e il risultato è eccezionalmente commovente. Il giovane Tim Burton, l’anno dopo, avrebbe definitivamente esordito sul grande schermo.
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