Con Camp Miasma Jane Shoenbrun porta in scena un film che celebra i vecchi slasher raccontando la necessità di abbracciare un desiderio fatto di carne e fluidi.
Vincitore della Queer Palm al Festival di Cannes 2026, Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte rappresenta per Jane Shoenbrun la chiusura di un ciclo che potremmo definire una vera e propria trilogia delle immagini. Un film, come i precedenti, estremamente personale, denso di esperienze, dubbi e incertezze. Il racconto della ricerca di un’identità da rintracciare attraverso gli schermi, piccoli o grandi, che hanno il potere di generare immagini nelle quali ci immedesimiamo e delle quali abbiamo bisogno.
Camp Miasma è arrivato nelle sale il 19 agosto distribuito da Mubi. Questa la nostra recensione.
Camp Miasma, la trama
Camp Miasma, una saga di film slasher nata negli anni ’80, sta andando incontro ad un inevitabile declino. Per risollevarne le sorti viene scelta Kris Williams (Hannah Einbinder), una giovane regista queer. Il suo compito è quello di ravvivare Camp Miasma con un remake, cercando di ripulire il franchise dalle accuse di transfobia. Kris tuttavia è determinata ad avere nel suo progetto Billy Presley (Gillian Anderson), l’attrice che interpretava la final girl del film originale. Le due si incontrano proprio nei luoghi in cui il primo Camp Miasma è stato girato, ma la loro unione condurrà entrambe in una spirale di caos psicologico e sessuale.
Camp Miasma: Adolescenza, sesso…
Il cinema horror ha sempre vissuto un legame piuttosto stretto con la sessualità. Shoenbrun in Camp Miasma porta questo binomio all’eccesso, ricordandoci che, abbandonata ogni altra rilettura intellettuale, gran parte della filmografia di genere consista di “carne e fluidi”. Istinti viscerali dai quali non possiamo esimerci, e che si manifestano alla perfezione nel rapporto fra le due donne.
L’incontro fra Kris e Billy è l’incontro fra due mondi apparentemente inconciliabili, ma che rivela la necessità di un confronto. Entrambe mettono in gioco le loro fragilità, per riscoprirsi più simili di ciò che sembra. Il Viale del tramonto che Shoenbrun ha deciso di raccontare parla di un trauma condiviso, superato in una delle due e da superare nell’altra. Il risultato è una presa di consapevolezza e al tempo stesso una liberazione.
… E morte
Camp Miasma, seppur concentrandosi maggiormente sul rapporto fra Kris e Billy, non dimentica nemmeno per un secondo le sue origini. Bastano le prime scene e la presentazione per capirlo. La violenza c’è, ed è volutamente portata all’eccesso con fiotti innaturali di sangue ed un killer – Little Death – che impugna una lancia, un’arma che fa ovviamente riferimento all’atto sessuale.
La scelta di mostrare il film originale, nel quale era presente la ormai tramontata star Billy Presley, è una celebrazione di quei film slasher – su tutti Venerdì 13 – che hanno segnato una generazione e la regista stessa. Il confine fra il mondo diegetico e gli eventi del film è netto ma tende a sfumare man mano che le due donne proiettano i loro vissuti nella pellicola.
Immagini e identità
Insieme a We’re All Going to the World’s Fair e Ho visto la TV brillare, Camp Miasma conclude la trilogia della regista riguardo il rapporto fra le immagini e la definizione dell’identità. Tutti e tre i film infatti trattano il tema della disforia di genere, sebbene con punti di vista diversi. Come dichiarato dalla regista stessa, questo ultimo lavoro è stato elaborato nel periodo in cui il processo di transizione ha iniziato ad avere degli effetti positivi nella sua vita.
Le immagini di cui siamo spettatori non sono meno concrete della realtà stessa, e spesso in queste ci rifugiamo per evadere, trovare un riparo sicuro. Shoenbrun affronta qui anche l’annosa questione riguardo l’apparente contrasto fra la passione verso un genere che ha sempre trattato la transessualità in maniera piuttosto dispregiativa – Psyco, Il silenzio degli innocenti, per fare degli esempi – e la propria identità.
C’è qualcosa di eccitante nel vedere che il tuo desiderio può essere in qualche modo riconosciuto e messo su uno schermo. Ma puoi anche essere inorridita perché è come se ti dicessero che quel desiderio è grottesco e [dovrebbe essere] punito. Mi interessa riflettere su cosa significhi tutto ciò.

Camp Miasma, in conclusione
Camp Miasma riesce nel difficile compito di ravvivare il genere slasher mettendolo al servizio di una sensibilità sicuramente più moderna, ma che guarda alla deriva “woke” con diffidenza. Le scelte registiche, così come la colonna sonora, sembrano sempre perfettamente azzeccate, connotando il film di un ritmo incalzante che invoglia lo spettatore ad addentrarsi nella psicologia di Kris, che è protagonista insieme al franchise che sta cercando di far risollevare. Il risultato è un film decisamente autoriale, lontano dai classici ma che ne è profondamente influenzato. Il gioco meta-cinematografico di Shoenbrun merita sicuramente la visione.
