11 settembre

11 settembre, 25 anni dopo: lo spettacolo continua

A 25 anni dall’11 settembre, il cinema non guarda più solo alle Torri: processa guerre, sorveglianza, propaganda e il mondo costruito dopo l’attacco.

Venticinque anni sono abbastanza perché un evento smetta di appartenere soltanto a chi lo ha vissuto e cominci ad appartenere anche a chi lo conosce solo attraverso le immagini. È quello che sta accadendo all’11 settembre, e il cinema sembra averlo capito.

Per la mia generazione, l’11 settembre 2001 è ancora una memoria precisa: dove ci trovavamo, chi telefonò per primo, quale televisione era accesa, il momento in cui si comprese che il secondo aereo escludeva ormai qualsiasi ipotesi di incidente. Per un’altra, sempre più numerosa, quelle immagini sono già storia, archivio, documentario, racconto familiare.

Il venticinquesimo anniversario cade esattamente su questa linea di confine. E non sorprende che alcuni dei lavori usciti o presentati nel 2026 abbiano cominciato a spostare lo sguardo: non più soltanto su ciò che accadde quella mattina, ma su quello che continuò ad accadere dopo.

L’attacco avvenne a New York, lo spettacolo in tutto il mondo

Prima del cinema, però, ci fu la televisione. E fu enorme.

Il primo aereo colpì la Torre Nord prima che le telecamere dei grandi network potessero trasformare Manhattan in una diretta mondiale. Il secondo arrivò quando quelle telecamere erano già puntate sul World Trade Center. Milioni di spettatori videro un attentato compiersi mentre stavano ancora cercando di capire il precedente.

Da quel momento l’11 settembre diventò qualcosa di particolare anche nella storia dei media: non soltanto una tragedia raccontata dalla televisione, ma una tragedia che la televisione poteva riprodurre praticamente senza fine.

Il secondo impatto, il fuoco, il crollo della Torre Sud, poi quello della Torre Nord. Replay, rallentamenti, cambi d’inquadratura, commentatori, breaking news, inviati, mappe. Quel gigantesco flusso produsse comunque un risultato: prima ancora che qualcuno potesse interpretare l’11 settembre, il mondo ne possedeva già un montaggio.

Il cinema arrivò quando tutti avevano già visto il film

Hollywood si trovò così davanti a un problema insolito. Come mettere in scena un evento che il pubblico aveva visto realmente, da più angolazioni e per centinaia di volte?

Quando nel 2006 Paul Greengrass girò United 93, evitò la spettacolarità e lavorò sulla claustrofobia del volo. Oliver Stone, nello stesso anno, con World Trade Center scese invece sotto le macerie, seguendo due agenti della Port Authority intrappolati dopo il crollo.

Altri film capirono ancora prima che forse non fosse necessario mostrare nuovamente ciò che la televisione aveva già inciso nella memoria collettiva. Reign Over Me raccontava il lutto anni dopo l’attacco. Remember Me, con una scelta molto più controversa, faceva entrare l’11 settembre soltanto nel finale.

Il cinema cominciava così a scoprire qualcosa che oggi appare più evidente: il materiale meno raccontato dell’11 settembre non era necessariamente ciò che si vedeva nelle immagini, ma ciò che restava fuori campo.

Generation 9/11: quando l’attentato diventa biografia

Turning Point: Generation 9/11 di Brian Knappenberger compie un passaggio significativo.

Netflix lo presenta come un documentario costruito attraverso testimonianze dirette sull’attacco e sulle sue conseguenze, per osservare come l’11 settembre abbia formato una generazione venticinque anni dopo.

Non soltanto chi era dentro le Torri o nelle strade di Manhattan, ma i figli delle vittime, i militari partiti negli anni successivi, gli afghani, gli americani musulmani, le persone diventate adulte mentre la “guerra al terrorismo” smetteva progressivamente di essere un’emergenza e diventava semplicemente il paesaggio politico in cui vivevano.

Patriot Act, Afghanistan e la lunga vita dell’emergenza

Tre giorni dopo gli attentati, il Congresso approvò l’Authorization for Use of Military Force, concedendo al presidente poteri molto ampi contro i responsabili dell’attacco e le organizzazioni considerate collegate.

Il 7 ottobre iniziò la guerra in Afghanistan. Il 26 ottobre George W. Bush firmò il Patriot Act. Nel 2003 arrivò l’Iraq. Intanto aumentavano strumenti di sorveglianza, strutture di sicurezza e poteri costruiti dentro l’emergenza.

Lattacco creò il clima nel quale decisioni prima difficilmente immaginabili diventarono politicamente vendibili, e alcune ebbero una vita sorprendentemente più lunga dell’emergenza che avrebbe dovuto giustificarle.

Alla vigilia del venticinquesimo anniversario, Reuters ha messo l’attuale campagna americana contro l’Iran in relazione con le cosiddette forever wars del periodo post-11 settembre: insomma, la discussione su dove finisca una risposta militare e cominci una condizione permanente non è ancora propriamente materia da museo.

IX XI e Tribeca 25 rimettono nell’inquadratura chi non comandava

Da un’altra direzione arriva IX XI di Sean Wilsey, appena presentato al Tribeca Festival.

Dodici persone comuni raccontano New York prima e durante l’attacco. Un professionista dello skateboard, una fumettista, lavoratori, cittadini che non prendevano decisioni militari e non avrebbero scritto la versione ufficiale di quella giornata, riportano nell’inquadratura ciò che la monumentalizzazione tende inevitabilmente a espellere: la vita normale che esisteva cinque minuti prima che tutto diventasse storico.

L’11 settembre dei documentari ufficiali comincia alle 8:46: quello delle persone era iniziato ore prima, con una sveglia, un treno preso, un appuntamento, qualcuno arrivato tardi in ufficio e qualcun altro che quella mattina, per una coincidenza, non ci arrivò affatto.

Tribeca 25 di Matt Tyrnauer, disponibile negli Stati Uniti su Netflix proprio l’11 settembre, racconta invece un’altra conseguenza ancora. Robert De Niro e Jane Rosenthal crearono il Tribeca Festival anche per contribuire alla rivitalizzazione di Downtown Manhattan dopo gli attentati: negozi vuoti, attività in difficoltà, persone che non tornavano più in quella parte della città.

Il grande show non è scomparso: si è frantumato

C’è infine un’altra eredità dell’11 settembre, forse la meno evidente proprio perché riguarda il modo in cui oggi guardiamo qualsiasi cosa.

Nel 2001 il mondo guardò l’11 settembre principalmente attraverso grandi emittenti televisive, in un momento straordinario di simultaneità globale. Oggi un evento equivalente non avrebbe più quella regia involontariamente comune.

Arriverebbe attraverso televisioni, TikTok, X, Telegram, YouTube, livestream, smartphone, clip estratte dal contesto, filmati vecchi ripresentati come nuovi, propaganda, deepfake e immagini generate dall’intelligenza artificiale. Ma soprattutto arriverebbe attraverso algoritmi incaricati di decidere quale versione dell’evento mostrare a ciascuno di noi.

Ma mentre il racconto tende a disperdersi, molte delle logiche nate allora continuano a consolidarsi.

Le Torri caddero in meno di due ore. Il mondo costruito intorno alla loro caduta – le guerre senza una fine definita, la sorveglianza normalizzata, la sicurezza trasformata in linguaggio politico, le immagini diventate terreno di conflitto – è ancora in piedi.