Al concorso del Terrae Film Festival ha partecipato anche il corto Ensemble, che racconta storie e sogni di un gruppo di ragazzi emigrati in Italia.
A Civitavecchia, sul litorale romano, è una fresca serata di tarda estate quando prendiamo parte al Terrae Film Festival, festival dedicato ai cortometraggi che raccontano i territori e le comunità che li abitano.
Ad aprire la sezione Concorso del festival è stato Ensemble, un film di 36 minuti che nasce da un’esperienza speciale: un laboratorio di cinema tenuto da due giovanissimi registi alla Casa di Abou Diabo, Comunità Alloggio per Minori non accompagnati sita ad Acri, in provincia di Cosenza.
È con loro che dialoghiamo in una video-intervista a distanza via Meet: noi a Roma, loro in Calabria. Con una parola d’ordine che è anche il titolo del cortometraggio: Ensemble, perché insieme è meglio.
Almanacco Cinema presenta: l’intervista al gruppo dietro il cortometraggio Ensemble. Parlano Manuel Cundari, Eugenio Piluso, Patrizio Gulli e Angelo Sposato
Giulia Bucelli: Di cosa parla Ensemble? Se doveste riassumere il tema centrale in una sola parola, quale scegliereste?
Manuel Cundari: “Accoglienza”.
Eugenio Piluso: “Famiglia”.
Patrizio Gulli: “Amicizia”.
Angelo Sposato: “Inclusione”.
Giulia Bucelli: Sono tutte parole molto importanti. Spieghiamo allora perché questi concetti confluiscono nel film. Ensemble parla principalmente di una comunità, composta da ragazzi, in particolare minorenni, provenienti da diverse zone dell’Africa e accolti in una struttura di cui Angelo può raccontarci qualcosa.
Angelo Sposato: “La Casa di Abù Diabo è un progetto SAI per minori stranieri non accompagnati e fa parte del sistema SAI del Ministero dell’Interno, finanziato con i fondi per l’asilo. Gli enti titolari di questi progetti sono i Comuni, che affidano poi la gestione ad associazioni, cooperative, consorzi o società formate da diverse realtà. Nel caso di Acri, il progetto è gestito da Libera Accoglienza ed è una comunità alloggio per minori stranieri non accompagnati e richiedenti asilo.
Il progetto comprende diversi aspetti: la tutela della salute, la formazione professionale e scolastica, le attività di inclusione sociale. I ragazzi vengono avviati a percorsi scolastici e professionali e, al termine dell’accoglienza, si lavora anche sull’inserimento abitativo e lavorativo. Sul territorio stiamo riuscendo a completare questo percorso con molti ragazzi, anche se spesso, una volta terminata l’accoglienza, scelgono di proseguire il loro viaggio verso altre zone d’Italia o altri Paesi europei.
Come ente gestore, però, cerchiamo anche di ideare e promuovere attività di inclusione sociale che vadano oltre la dimensione più tradizionale. Lo sport e le attività con i coetanei sono fondamentali, ma a queste aggiungiamo l’accesso alla cultura e a diverse forme creative ed espressive. Abbiamo ottenuto risultati molto interessanti sia sul piano relazionale sia su quello comunicativo, anche per quanto riguarda l’apprendimento dell’italiano. Offrire esperienze artistiche e culturali arricchisce il bagaglio personale dei ragazzi e produce risultati importanti sul piano socioeducativo”.
Giulia Bucelli: Ed è proprio da questa idea di accesso alla cultura che nasce Ensemble. Il cinema incontra le esigenze di integrazione e di crescita culturale dei ragazzi, offrendo anche strumenti di critica sociale.
Vorrei però conoscere direttamente l’esperienza di chi ha partecipato al laboratorio. Manuel, Eugenio e Patrizio, come è nata questa esperienza? Come vi siete avvicinati inizialmente ai ragazzi e come si è trasformato un percorso di educazione non formale ed esperienziale in questo progetto?
Manuel Cundari: “Noi arriviamo da un percorso universitario precedente al documentario. Ci è stato proposto un piccolo progetto extracurricolare che ci avrebbe dato la possibilità di mettere in pratica alcune conoscenze acquisite all’università. Abbiamo conosciuto la realtà della Casa di Abou grazie ai nostri professori, che hanno fatto da tramite tra le due realtà. Abbiamo iniziato realizzando alcune brevi pillole destinate ai social. Sono state molto utili perché ci hanno permesso di avvicinare i ragazzi e di conoscere le loro storie, ma soprattutto i loro sogni.
I ragazzi erano molto desiderosi di fare qualcosa insieme a noi. Abbiamo capito subito che non potevamo fermarci alle pillole realizzate con l’università. Ho quindi iniziato a lavorare sul soggetto e, insieme ai ragazzi, abbiamo cominciato a dargli una forma. Nel frattempo, grazie ad Angelo e a tutta l’équipe di Libera Accoglienza, abbiamo avviato una serie di laboratori propedeutici al lavoro sul set.
Durante questi laboratori abbiamo scoperto la città di Acri insieme ai ragazzi. Abbiamo dato loro alcuni strumenti tecnici, dalle nostre videocamere agli smartphone, e loro hanno iniziato a filmare ciò che avevano intorno. È stato un modo per scoprire insieme la città e, allo stesso tempo, per permettere ai ragazzi di raccontare la realtà attraverso i propri dispositivi”.
Eugenio Piluso: “In quei laboratori sono emerse anche esperienze molto interessanti. Alcuni ragazzi, per esempio, hanno creato dei blog e persino aperto un canale YouTube per raccontare la realtà che vivevano”.
Manuel Cundari: “Cherif (uno dei ragazzi protagonisti del corto, ndr) aveva, e ha tuttora, la passione per girare video, filmare e fare fotografie. Ci mandava i piccoli video che realizzava e montava. Uno di questi raccontava una nevicata ad Acri. Io ed Eugenio gli abbiamo detto: ‘Mettiamoci in macchina, prendiamo una videocamera e iniziamo a filmare’. Da lì è nata effettivamente la fase di ripresa del documentario”.
Eugenio Piluso: “È stato interessante anche il modo in cui Cherif ha voluto condividere con noi quella nevicata. Stava partecipando al laboratorio e ci ha mandato il video. È stato un aggancio perfetto. Da lì abbiamo capito che potevamo iniziare a girare e abbiamo cominciato a costruire il set”.
Giulia Bucelli: E i ragazzi hanno avuto un ruolo attivo nella costruzione del film, non sono stati semplicemente davanti alla vostra macchina da presa.
Manuel Cundari: “Assolutamente. Sono stati soprattutto parte attiva del progetto. Il nodo principale sono stati proprio loro. Cherif, per esempio, è stato un tramite fondamentale con gli altri ragazzi. Il legame di fiducia era essenziale e si è costruito anche grazie a figure come lui, che avevamo conosciuto durante il percorso precedente e che ci hanno aiutato a entrare in relazione con i nuovi arrivati.
Dalle storie che Cherif ci raccontava abbiamo sviluppato il progetto. Non possiamo quindi parlare semplicemente di soggetti filmati o di oggetti della narrazione. È stato un percorso partecipativo a tutti gli effetti, anche durante la postproduzione, per esempio nelle traduzioni. È stato tutto un percorso condiviso, perché avevamo la stessa missione”.
Eugenio Piluso: “Per esempio, c’è una scena in cui Sekou entra nella sua stanza e trova sul letto tutti gli oggetti di uso quotidiano che utilizzerà da quel momento in poi al centro. Quella scena nasce da un’esperienza che lui aveva vissuto qualche mese prima.
Attraverso le sue impressioni e grazie a Cherif abbiamo ricostruito ciò che accade normalmente quando i ragazzi arrivano nella struttura: trovano un completo nuovo, gli oggetti personali e tutto ciò che serve nella vita quotidiana. Mi piace particolarmente quella scena proprio perché è vera. Racconta qualcosa che accade realmente e che sono stati loro stessi a raccontarci”.
Manuel Cundari: “Tutto il film nasce dalla conoscenza della realtà nella quale stavamo lavorando. Grazie all’équipe di Libera Accoglienza, alla Casa di Abou e a Mediterranea Saving Humans, abbiamo costruito ciò che si vede sullo schermo partendo da situazioni reali. Anche la scena citata da Eugenio nasce da ciò che avviene quotidianamente in realtà come quella della Casa di Abou.
Il film si basa, tra le altre cose, sul concetto di re-enactment, cioè sulla rimessa in scena di eventi realmente accaduti. La scena del gommone ne è l’esempio più evidente, ma lo stesso vale per situazioni più quotidiane, come il biliardino, il calcio come strumento per unire le persone e la musica”.
Giulia Bucelli: E proprio la musica mi sembra avere un ruolo importante nel documentario.
Eugenio Piluso: “Sì, assolutamente. È un elemento che abbiamo ritrovato anche nella vita quotidiana del centro. I ragazzi avevano una grandissima cassa Bluetooth che utilizzavano ogni sera per ascoltare musica. La cosa bella era scoprire che ascoltavano Toto Cutugno, i Ricchi e Poveri, oltre alle tarantelle calabresi.
Questo modo di vivere la musica ogni giorno ci ha permesso di avvicinarci ai loro caratteri e alle loro personalità. Anche attraverso la musica abbiamo costruito un rapporto”.
Manuel Cundari: La musica era parte della loro quotidianità e, siccome noi a un certo punto siamo entrati nella loro quotidianità, era inevitabile incontrarci anche su questo terreno. Molamin, per esempio, ballava continuamente. Spesso mettevamo dalla cassa la musica di Eugenio Bennato per girare alcune scene e loro ballavano.
Già nella fase di scrittura, avendo realizzato prima quelle pillole e quei piccoli corti con loro, sapevamo che attraverso la musica avremmo potuto essere ancora più vicini ai ragazzi, sia nelle attività sul set sia nel laboratorio”.
Patrizio Gulli: “Penso che tutto si possa racchiudere in due scene fondamentali: la scena del mare e quella finale. Sono state le due scene che mi hanno fatto capire che eravamo riusciti nel nostro intento. Il nostro obiettivo non era semplicemente fare un film, ma dare voce, attraverso un documentario e la rimessa in scena di ciò che vivevano, alle storie dei ragazzi.
Molte volte queste storie non vengono raccontate in modo sincero e autentico. Per noi è stato un successo riuscire a partire dalla loro esperienza di vita. Ci hanno raccontato anche storie difficili, che vivono quotidianamente. Questo ci ha permesso di entrare nella loro vita e nella loro quotidianità.
Noi abbiamo vissuto questa realtà per un anno intero. Per noi andare ad Acri ogni giorno era diventato quasi come stare a casa. I ragazzi, invece, non vedevano l’ora di fare quelle attività con noi. Anche nei giorni in cui magari non avevano voglia o non stavano bene, riuscire a tirar fuori anche solo pochi secondi utili era importante. A volte da una giornata riuscivamo a ottenere pochissimo materiale, ma erano quei pochi secondi a darci la voglia di continuare.
Dopo le vacanze e dopo aver girato la scena del mare, i ragazzi erano molto desiderosi di arrivare alla fine perché volevano vedere che cosa avevano realizzato. Per noi è stato bello riuscire a trasmettere, soprattutto nella scena finale e in quella del mare, quell’entusiasmo e quel legame che si era creato. Credo che si percepisca”.
Manuel Cundari: “In realtà abbiamo continuato a sentirli quotidianamente. Questo era parte della nostra volontà fin dall’inizio. Per noi il prodotto finale era quasi meno importante rispetto a ciò che avremmo costruito durante il percorso. Sentivamo, e sentiamo ancora oggi, la responsabilità di costruire un contenitore degno delle storie che ci sono state affidate.
Non sono soltanto storie legate al passato, che inevitabilmente esiste ed è importante, ma anche storie legate alla speranza e al futuro. I sogni sono stati essenziali. Abbiamo appuntato ogni sogno che ci raccontavano, dal calcio alla musica. Restituire un prodotto capace di racchiuderli tutti continua a essere una grande responsabilità.
Portare il film in contesti come quello di Civitavecchia è importante perché ci permette di raggiungere pubblici che possono conoscere le storie che noi abbiamo imparato a conoscere mesi fa, prima ancora di dare loro una forma cinematografica”.
Giulia Bucelli: Nel vostro lavoro emerge quindi anche un’idea di cinema del reale.
Manuel Cundari: “Sì. È una forma di cinema alla quale sono particolarmente legato e che, per formazione, abbiamo conosciuto tutti. È un documentario in chiave moderna che, per raccontare una realtà, non si pone il limite della fedeltà assoluta all’immagine registrata in quel momento, ma accetta anche di ricostruire alcuni eventi.
La scena del gommone, per me, è l’espressione massima del re-enactment: mette in scena un avvenimento che altri ragazzi avevano vissuto pochi mesi prima. Riviverlo può anche aiutare nella rielaborazione di un trauma. Per questo sono state fondamentali le assistenti sociali, le psicologhe del centro e tutta l’équipe, che ci ha fornito una formazione costante prima e durante il lavoro”.
Patrizio Gulli: Ognuno di noi ha seguito un percorso simile, ma non è sempre semplice adattarsi alle idee e al modo di lavorare degli altri. Anche il confronto tra le diverse visioni di Eugenio e Manuel è stato fondamentale per arrivare al risultato finale”.
Eugenio Piluso: “In realtà non erano due visioni completamente divergenti. La visione era una sola: prendere ciò che stava accadendo nel centro e restituirlo.Prima ancora delle videocamere e della sceneggiatura, ci interessava stare seduti intorno a un tavolo e parlare con i ragazzi. Dovevamo riuscire a restituire quelle sensazioni.Noi al centro siamo stati accolti come fratelli e come amici. La struttura ha fatto tutto il possibile affinché i ragazzi entrassero in una situazione di accoglienza totale.
La differenza tra me e Manuel riguardava soprattutto il metodo. Manuel, essendo molto legato al cinema del reale, aveva un’impostazione più documentaristica: interviste, situazioni prese direttamente dalla realtà e dalle esperienze dei ragazzi. Io insistevo maggiormente sulla necessità di avere almeno una base di sceneggiatura. Nel documentario, naturalmente, si tratta più che altro di un canovaccio, perché ciò che succede e ciò che si riesce a tirare fuori cambia continuamente.
Alla fine siamo riusciti a scrivere e girare alcune scene, facendo convivere i nostri due modi di lavorare. Credo sia stato anche divertente per i ragazzi leggere un copione, avere degli orari e sentirsi completamente coinvolti in un vero set. Come diceva Patrizio, c’era anche una disciplina diversa: non solo il confronto con una telecamera e con le luci, ma il senso del dovere. Poteva capitare di dire: “Dobbiamo fare una scena in cui giochiamo a biliardino”. E magari quel giorno non avevano voglia, ma riuscivano a mettere da parte i propri problemi e le proprie sensazioni per girare la scena.
Molte volte sono convinto che lo facessero per noi, perché sapevano che eravamo lì per loro e si fidavano totalmente. Se Manuel, Eugenio, Patrizio e Angelo mi stanno chiedendo di fare una cosa, pensavano, allora è quella giusta. Anche se giravamo pochi secondi, avevamo comunque fatto il nostro lavoro”.
Giulia Bucelli: Certo, è un privilegio avere un anno a disposizione per fare questo lavoro…
Manuel Cundari: “Avere un anno a disposizione è stato sicuramente un privilegio. È stato importante anche lavorare con attori non professionisti. Non soltanto i ragazzi, ma anche Angelo, Adriano e tutte le persone che si sono messe a disposizione della nostra missione, che alla fine è diventata una missione condivisa. Abbiamo navigato sulla stessa barca per raggiungere lo stesso obiettivo.
Giulia Bucelli: Avete avuto degli autori o dei film di riferimento per realizzare Ensemble?
Manuel Cundari: “Abbiamo avuto tutti una formazione simile, avendo studiato insieme. Il professor Daniele Dottorini ci aveva già indirizzato verso questa idea di cinema. Se devo indicare un autore preciso che abbia spiegato la visione di Ensemble, però, direi di no. È un prodotto molto delicato e ci permetteva di calarci in un contesto specifico. Abbiamo lavorato soprattutto su quello che avevamo davanti e credo fosse la soluzione più giusta”.
Eugenio Piluso: “Anche perché la sceneggiatura di Ensemble, per la maggior parte del film, era continuamente in divenire. I ragazzi ogni giorno potevano raccontarci qualcosa di nuovo che doveva essere inserito. Abbiamo anche rigirato delle interviste. A volte, dopo aver registrato, erano proprio loro a dirci: ‘No, la voglio rifare. Voglio dirvi anche un’altra cosa’.
Uscivano di scena, si risedevano e ricominciavano a parlare. Anche nelle parti più ricostruite cercavamo di rispettare il più possibile le sensazioni che avevamo colto in quel momento. Non erano scene stabilite mesi prima. Il progetto prendeva forma man mano che vivevamo insieme ai ragazzi”.
Manuel Cundari: “Avevamo comunque alcune scene fisse, perché nel periodo in cui ci siamo conosciuti avevamo preso appunti e avevamo imparato a conoscere le dinamiche del gruppo. Poi, giorno per giorno, modificavamo e adattavamo il lavoro in base a ciò che emergeva”.
Eugenio Piluso: “Tutto quello che si vede nel film, anche ciò che non appartiene al documentario classico, è una riproposizione di una realtà che accade abitualmente. Anche il laboratorio musicale con il maestro Cofone è un’attività che la Casa di Abù offre quotidianamente ai propri beneficiari. Noi abbiamo semplicemente osservato ciò che avveniva e gli abbiamo dato una forma, anche attraverso una piccola sceneggiatura.
Nel documentario la sceneggiatura diventa soprattutto una linea guida che permette ai registi e ai protagonisti di seguire una traccia. È quindi una riproposizione di cose che accadono realmente”.
Giulia Bucelli: Secondo voi il cinema può realmente trasformare la realtà? Anche un corto come questo può avere un effetto concreto sulle vite delle persone che avete raccontato?
Manuel Cundari: “Io penso che il cinema possa e debba essere un importantissimo mezzo di attivismo sociale. Può muovere riflessioni e, da queste riflessioni, può nascere un mondo. Il cinema non è soltanto intrattenimento. È anche un importante strumento di attivismo sociale e credo sia una delle forme più potenti che abbiamo”.
Patrizio Gulli: “Penso che il cinema sia sempre stato uno strumento forte. Fin dalla sua nascita è stato utilizzato per dare voce a determinate storie. Per questo credo sia uno dei mezzi di comunicazione più efficaci”.
Eugenio Piluso: “Sono d’accordo. Il cinema è un linguaggio, un modo per esprimere idee, disegnarle e metterle in scena. Nel nostro caso ci ha permesso non solo di raccontare tante storie che abbiamo cercato di unire, ma anche di creare trasformazioni in chi guarda. Il cinema comunica determinate sensazioni, proprio come può farlo una poesia o un libro che ci cambia la vita.
Non sto dicendo che Ensemble possa cambiare delle vite, ma sicuramente può lasciare qualcosa. Ha dato qualcosa a noi che lo abbiamo realizzato e ai ragazzi che lo hanno fatto insieme a noi. In questo senso il cinema è un linguaggio totalizzante che porta con sé delle trasformazioni”.
Angelo Sposato: “Il cinema, come molti altri linguaggi creativi ed espressivi, è un mezzo di comunicazione. Può contribuire a sensibilizzare e informare su determinati temi. Già informare e sensibilizzare sono obiettivi difficili da raggiungere per qualsiasi mezzo di comunicazione.
Il cinema ha dalla sua parte il fatto di essere un’arte visiva. In un’epoca dominata dalle immagini, la lettura visiva è spesso più immediata rispetto a un passaggio narrativo letterario. Cinema e fotografia sono quindi strumenti particolarmente efficaci per sensibilizzare verso determinati temi”.
Manuel Cundari: “Non possiamo dire semplicemente che il cinema possa cambiare le cose. Per cambiare realmente la realtà serve anche un tessuto culturale e sociale precedente. L’arte può stimolare trasformazioni quando esiste già una certa sensibilità, oppure può raccontare realtà che stanno andando in una determinata direzione.
In un momento di impoverimento culturale e sociale, il cinema e tutte le forme d’arte possono però sensibilizzare, informare meglio e utilizzare linguaggi diversi per avvicinare le persone a determinati temi e contesti”.
Angelo Sposato: “L’arte ha sempre avuto una componente rivoluzionaria e continua ad averla. Il problema è che spesso è la società a non recepire facilmente determinati messaggi”.
Giulia Bucelli: Servono quindi anche dei destinatari in grado di recepirli.
Angelo Sposato: “Esatto. Altrimenti è difficile far arrivare certi messaggi. Ensemble è un prodotto di cui, come centro di accoglienza, siamo molto contenti. L’accoglienza non va letta soltanto come ospitalità e come percorso rivolto ai ragazzi migranti.
Il progetto deve essere promosso anche per sensibilizzare. Prodotti come Ensemble rimangono e possono essere portati nelle scuole, utilizzati nelle iniziative pubbliche e impiegati per far conoscere il sistema dell’accoglienza e i temi delle migrazioni. Sono prodotti che la creatività e l’arte possono lasciare nel tempo e che possono essere utilizzati in contesti diversi”.
Giulia Bucelli: Allora vi lancio un guanto di sfida. All’inizio scherzavo sulla possibilità di trasformare questo cortometraggio in un lungometraggio, ma perché non fare qualcosa sul modello di Boyhood di Richard Linklater? È un film che segue dieci anni della vita dei suoi attori e ne racconta l’evoluzione. È molto lungo, ma non quanto ci si aspetterebbe da una storia che attraversa dieci anni: è un concentrato di momenti di vita. Perché non fare un’operazione simile, magari non su dieci anni ma su tre, quattro o cinque, seguendo le vite di Cherif e degli altri ragazzi che gravitano attorno al centro? Potrebbe essere un’esperienza interessante. Che ne pensate?
Manuel: “L’idea ci ha stuzzicato in più di un’occasione. Ne abbiamo parlato anche durante l’ultimo viaggio ad Acri. Non so ancora quanto sia realizzabile. C’è da pensare e da scrivere, perché è un prodotto che personalmente vorrei continuare a sviluppare e portare in più contesti possibile. È un’idea che ci stuzzica ancora, ma bisogna capire come realizzarla”.
Eugenio Piluso: “Io sono sempre positivo rispetto alla possibilità di fare cose nuove e nuovi progetti. Abbiamo anche una bozza di sceneggiatura per un film ambientato in un futuro abbastanza distopico, con uno dei ragazzi come protagonista. Credo sia difficile da realizzare, quindi per ora l’abbiamo scritto un po’ per gioco e un po’ come buon auspicio, con l’idea di poter continuare qualsiasi tipo di collaborazione”.
Angelo: “Purtroppo la sceneggiatura successiva, quella che riguarda il percorso di accoglienza, in un certo senso la scrivono le leggi degli Stati. Molti ragazzi affrontano un percorso simile anche dopo essere usciti dall’accoglienza, perché esistono leggi e normative che li costringono a intraprendere determinate strade e ad abbandonare alcuni sogni.
Quando diventano maggiorenni sono soggetti a norme diverse rispetto a quando erano minorenni e molti devono rinunciare a sogni e progetti che avevano in testa, nel cassetto o in tasca. Devono fare i conti con una burocrazia che può diventare “omicida”, perché rischia di uccidere, in un certo senso, la persona, trasformandola continuamente in uno straniero che deve dimostrare qualcosa semplicemente per ottenere dei documenti”.
Giulia Bucelli: Quindi è un sistema che rischia di affossarli.
Angelo: “Sì. Anche se speriamo che questo non accada. Ma faccio questo discorso perché spesso si tende a sublimare troppo ciò che accade nell’accoglienza. Bisogna invece rimanere con i piedi per terra e guardare in faccia anche la frustrazione che noi operatori possiamo provare nel vedere dei talenti perdersi, almeno momentaneamente, per ottemperare ai doveri di legge o per ottenere dei diritti.
Non bisogna perdere di vista che chi fa accoglienza deve essere critico verso determinati aspetti, perché viviamo la vita di questi ragazzi, conosciamo ciò che vorrebbero essere e ciò che vorrebbero fare, ma anche lo stato di necessità nel quale si trovano. Molti di loro hanno già affrontato processi di adultizzazione, per cultura o per necessità, e potrebbero incontrare ulteriori difficoltà psicologiche negli anni successivi, quando si renderanno conto di non aver vissuto una vera adolescenza. Sono ragazzi di sedici o diciassette anni che dovrebbero poter vivere come sedicenni e diciassettenni, ovunque si trovino nel mondo”.
Ringraziamo Manuel, Eugenio, Patrizio e Angelo per la cortesia e la disponibilità.
Segue la versione video dell’intervista a Manuel Cundari, Eugenio Piluso, Patrizio Gulli e Angelo Sposato.