David Lynch

Piccolo grande cinema: David Lynch

David Lynch ha iniziato la sua carriera con una lista di sorprendenti ed originali cortometraggi ben dieci anni prima del suo esordio sul grande schermo.

Non è la prima volta che viene detto in questa rubrica, ma il mondo dei cortometraggi non è solo l’arena che apre le porte a quel grande colosseo del cinema. Anzi, molto spesso rappresenta una linea parallela che permette agli autori – registi o sceneggiatori che siano – di esprimere totalmente la loro stravaganza, la surrealità e la sperimentazione.

Sappiamo quanto il grande schermo, soprattutto quello commerciale, abbia degli standard e delle linee guide da seguire. Proprio per questo, l’arena non remunerativa dei corti permette di fare ciò che si vuole. Tutto questo, applicatelo ad una persona che è stata un maestro e che delle regole se n’è sempre fottuto, al cinema come in televisione. David Lynch.

David Lynch

 

 

David Lynch

The Alphabet

Secondo cortometraggio del maestro – preceduto da Six Men Getting Sick (Six Times) del 1967 – realizzato nel 1969, scritto, girato e montato da Lynch stesso. The Alphabet è il primo esperimento matto di David Lynch, che mischia animazione, disegni a mano e una forma di stop-motion in live action.

Con l’unica attrice presente Peggy Reavey, moglie di Lynch, il corto riesce a conferire un estremo senso di ansia ed agitazione, solamente attraverso l’uso del disturbante sonoro, la mancanza di nitidezza delle immagini ed una straziante cantilena che ripete l’alfabeto. Niente di più, niente di meno. I primi tratti della futura cinematografia di Lynch sono già presenti.

The Grandmother

Se con The Alphabet si era introdotto nel circuito, The Grandmother precede il suo esordio sul grande schermo con Eraserhead e presenta con quarant’anni di anticipo David Lynch al mondo. Questo corto dalla durata di mezz’ora circa, girato in casa e senza dialoghi, prende le atmosfere dell’espressionismo tedesco anni ’20 e quella della stop-motion europea che verrà negli anni ’80.

Inquietante e paranoico, l’opera vede un bambino piantare dei semi per cercare di far ricrescere sua nonna appena deceduta. Un film sul lutto, sull’alienazione e sugli abusi familiari. La narrazione lynchiana già prende pieghe particolarmente folli attraverso una fotografia che cambia di scena in scena ed un montaggio che slega tutto e lo riunisce in un finale stupendo.

Rabbits

Inizialmente uscita nel 2002 in otto episodi come una mini-web series, Rabbits rappresenta il culmine sintetico dell’ultima e prematura fase della carriera di David Lynch, ovvero, quella da Strade perdute del 1997 all’ultimo Inland Empire del 2006 – che contiene alcuni spezzoni del corto. Il maestro si prende seriamente gioco delle sitcom, creandone una fuori da ogni regola.

Con le musiche di Angelo Badalamenti e le performance di Naomi Watts, Scott Coffey e Laura Elena Harring, Rabbits racconta di una città senza nome, bagnata da una pioggia incessante, tre conigli convivono con un terribile mistero. Le azioni si muovono e il pubblico ride, a comando, senza sapere nulla.