La città dei vivi, la recensione del film presentato a Venezia 83. Il racconto di una tragedia incomprensibile per restituire dignità alla vittima Luca Varani.
La città dei vivi si pone proprio il nobile obiettivo di restituire un volto e una personalità alla vittima di un atroce delitto. Parliamo di Luca Varani, ucciso barbaramente a soli 23 anni al culmine di un festino di sesso e droga a Roma nel 2016.
Il film prende ispirazione dal romanzo omonimo pubblicato nel 2021 da Nicola Lagioia. Ma, a differenza del libro, che indagava l’ambiente deviato entro cui si sarebbe consumato il delitto, cercando di scavare nell’introspezione dei due assassini, il film si concentra tutto sulla vittima. Lo scopo dovrebbe essere quello di farci conoscere Luca, restituendogli una vita e una personalità che lo separino dal fatto di sangue per cui è ricordato dalla cronaca nera. Purtroppo, però, il suo personaggio rimane sfumato, difficile da comprendere fino in fondo. Alla fine, invece, rimane indelebile lo sgomento per quanto gli accade.
La città dei vivi, la trama
Il film ci fa conoscere la vita di Luca Varani (Emanuele Maria Di Stefano), fino al suo tragico epilogo. Luca è un ragazzo di bell’aspetto, solare e quasi ingenuo. Intorno a lui ci sono una famiglia e una fidanzata (Gaia Merlonghi) amorevoli, ma anche amici che si preoccupano per lui.
Il ragazzo frequenta le scuole serali per poter prendere il diploma. Intanto, aiuta il padre (Valerio Mastandrea) a vendere dolciumi con il suo furgone ambulante. Qualcosa, però, o forse tutto, di questa vita non lo soddisfa e, per guadagnare denaro, si lascia avvicinare da un ragazzo che lo introduce alla prostituzione. I due vengono pagati da uomini facoltosi per partecipare a feste a base di sesso e droga.
Alcuni di questi uomini sono molto più dissoluti di altri e vedranno in Luca una facile preda.
La città dei vivi, la recensione del film
Il difetto principale del film, che va a cozzare con il suo intento fondante, è di non riuscire a coinvolgere chi guarda. Sembra quasi che La città dei vivi eriga un muro fra noi e la storia. Non riusciamo mai veramente a entrare in contatto con il personaggio di Luca, troppo sfumato e incomprensibile per riuscire a generare empatia.
In particolare, è difficile capire fino in fondo cosa porti Luca a entrare in dinamiche così squallide e pericolose. La sola motivazione economica sembra insufficiente. Viene descritto come un ragazzo “come tanti”, buono e quasi inconsapevole di quello che gli accade intorno. Non sapremo mai cosa lo abbia effettivamente portato a prostituirsi, ma il film non tenta neanche di trovare una possibile chiave di interpretazione.
Invece di approfondire la psicologia di Luca, il film finisce per raccontarlo attraverso contrapposizioni molto nette e quasi didascaliche.
Luca Varani: una vita divisa in due

La città dei vivi, anche a livello strutturale, basa tutto sulla semplice contrapposizione fra “via giusta” e “via sbagliata”. Abbiamo, allora, la relazione sessuale e sentimentale con la fidanzata, che si basa sul consenso, sulla fiducia e sull’intimità. E poi l’altra faccia del sesso, quello degradato e mercificato.
Due binari che non si toccano mai. Così come vengono contrapposte la scuola e la famiglia ai festini e agli uomini che si approfittano di Luca. Ma anche una vita adulta e cinica a un’adolescenza che non si è ancora completamente esaurita.
In questo senso, è significativo l’incontro di Luca con un’ex compagna di classe prima di recarsi all’appuntamento da cui non tornerà mai più a casa. La compagna e la scuola, con l’adolescenza che rappresentano, sono “la via giusta”, la possibilità di redenzione che Luca accarezza, ma alla fine non coglie.
Lei rappresenta una sorta di ancora di salvezza: la possibilità di tornare indietro, diplomarsi, continuare la propria vita, rimanere ancora per un po’ “bambino”.
Il tutto, però, finisce per cadere nel semplicistico. Anche l’utilizzo di un linguaggio iperrealistico, così come l’attenzione per i dettagli del quotidiano, che danno un taglio quasi documentaristico al film, non riescono a restituire la complessità di questa vita e, soprattutto, non riescono a coinvolgere.
La città dei vivi non coinvolge, ma sconvolge
Proprio questa distanza dai personaggi determina un forte senso di impotenza. Il finale è sconvolgente perché ci mette di fronte alla vuotezza del male. Il fatto che non abbiamo alcuna idea del perché gli aguzzini di Luca si accaniscano su di lui ci lascia sgomenti, senza risposte. Il film non spiega il male, ma proprio per questo riesce a lasciarne addosso tutto l’orrore.
Solo che le mancate risposte sono forse fin troppe ne La città dei vivi. Se viene accantonata l’introspezione psicologica sugli assassini, era allora necessario soffermarsi maggiormente su quella di Luca, della sua fidanzata o dei suoi genitori. Ma tutti, alla fine, rimangono personaggi sospesi, forse fin troppo umani nella loro impossibilità di essere davvero compresi.
Non trattandosi, però, di un documentario, nel quale le persone parlano direttamente ed esprimono i loro pensieri, ma neanche di un film che cerca un vero espediente narrativo per colmare questa distanza, La città dei vivi rimane un’opera indecifrabile. Proprio come il mistero che ancora circonda il violento omicidio di Luca Varani.
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